#Berlinale2017 – Hao ji le (Have a nice day), di Liu Jian

Nonostante la grande fatica fatta da Liu Jian per rimpinzare il suo lavoro d’animazione di una quantità strabordante di riferimenti cinefili hollywoodiani, alcuni scoperti sui poster e i manifesti che adornano le stanze dove avvengono le violente disavventure dei suoi personaggi (Rocky, Fast & Furious…), altri calati nei meccanismi della storia (il killer a immagine e somiglianza del sicario del Padrino Parte II, la sequenza in auto con il cadavere non-poi-così-cadavere che si agita nel bagagliaio che rimanda ovviamente all’incipit di Goodfellas), durante l’intera visione chi scrive ha avuto in mente un esperimento per parecchi versi simile ma italianissimo, e non so quanta probabilità ci sia che Liu Jian abbia potuto vedere Bangland di Lorenzo Berghella, che fece un piccolo clamore alla Mostra di Venezia di due anni fa.
Ad ogni modo, a rileggere la recensione di quel vicino lavoro di animazione pulp/”gangster di plastica” (come Nick Hornby chiamò una volta i film di malavita di Guy Ritchie), e che in ogni caso si trova QUI, assale forte la tentazione di sgraffignarne interi periodi e riproporli in questa veste, tanto si adattano all’uno e all’altro exploit.
E’ probabile che il frammento chiarificatore di tutto Have a nice day sia la clip da karaoke, con i quadri disegnati sullo schermo che assumono la natura iperbolica delle gioiose immagini di propaganda, che irrompe ad un certo punto invitandoci a cantare il coro del brano con cui due della manciata di figure che il film incrocia dichiarano di voler fuggire.
Un cinema apertamente karaoke allora, che si appoggia sui ritmi e sugli spartiti scritti da altri, e prova a intonarci sopra qualche acuto in maniera programmaticamente sguaiata, altrimenti non ci si diverte.

Have a nice day è insomma proprio il film che vi aspettate, c’è una valigetta piena di soldi nella notte infinita di una città del Sud della Cina, e un gruppo grottesco di malavitosi di mezza tacca e disperati derelitti che ci si trovano in mezzo cercherà di impossessarsene morendo e resuscitando più volte tra motel scalcinati, internet point sempre aperti, fabbriche alla fine della civiltà e strade desolate in cui Liu Jian gioca al parossismo delle macchine da scontro inanellando una sequenza progressivamente sempre più assurda di incidenti stradali e investimenti improvvisi.
In realtà ci si potrebbe anche divertire, se non fosse che una partita distratta a GTA promette decisamente di più anche nel campionario dell’ultraviolenza innocua e parossistica in cui Liu Jian vuole esibire il suo humour nero, venuto alla ribalta con il suo precedente cartoon da festival, Piercing I.
Selezionato in Concorso con la scusa della satira sui marchi del capitalismo che si moltiplicano tra le classi basse cinesi (ci sono più smartphone che pistole in mano a questi assassini), che però portano ancora il volto di Mao sulle banconote, è in realtà senza dubbio una scelta decisamente discutibile (Bangland per dire era già molto più ricco di invenzioni e visionarietà).