#Berlinale2017 – I am not your negro, di Raoul Peck

Quella Like a rolling stone sui titoli di coda del giovane Karl Marx, l’altro titolo che Raoul Peck porta alla Berlinale, rimane uno degli azzardi più sorprendenti di tutto il festival: improvvisamente in chiusura di un biopic anche scanzonatamente canonico, Peck infila una smitragliata di frames dalle lotte e dalle rivolte sociali e politiche di tutte le epoche, dalla pubblicazione del Manifesto di Marx e Engels fino ai nostri giorni, mentre Dylan urla la protest song per antonomasia degli annali del rock. How does it feel? Ecco, I am not your negro mantiene la stessa carica vorticosa in grado di tenere insieme spunti lontani tra di loro e di natura diversa, attraverso il filo conduttore di una direzione comune, di un afflato eversivo che arriva dritto e incontestabile come la dinamite nel pezzo di Kendrick Lamar posto a sugello del documentario, The Blacker The Berry.

Davvero, tra i mille motivi che danno importanza ad un’operazione come quella di I am not your negro aggiungiamo allora anche quello di dichiarare apertamente uno slittamento nella forma, nel veicolo delle argomentazioni che oramai dimostra un’urgenza fondamentale per la sopravvivenza della pratica documentaristica. Pur parlando un linguaggio spurio e fortemente eclettico, il film di Peck non perde in alcun momento di rigore nella propria ambizione – vicina in qualche modo a certi titoli più appassionati dell’Alex Gibney meno compassato, per dirne uno Sinatra: non far calare di coerenza e rilevanza al discorso pur affrontandolo con le armi della divulgazione pop.
Questo trasforma I am not your negro in un testo esemplare su come utilizzare repertorio, immaginario popolare e memoria culturale condivisa per il pubblico ultrastimolato del contemporáneo.
La voce potente di Samuel L Jackson legge le 30 pagine lasciateci dallo scrittore e attivista James Baldwin, preparatorie per la sua storia degli Stati Uniti, mai conclusa e dal titolo Remember this house, la cui intenzione è quella di snodarsi attraverso le traiettorie di tre grandi icone dei movimenti black come Malcolm X, Martin Luther King, Medgar Evers: Baldwin era íntimamente vicino ad ognuno di questi martiri della battaglia per la i-am-not-your-negrocondizione degli afroamericani negli USA, e il suo testo mantiene la carica incendiaria cristallina che conteneva nel 1979, quando è stato scritto, unita ad una tenerezza della rievocazione privata, familiare, probabilmente ancora più militante e coraggiosa.

Peck ha una prima grande intuizione nel mescolare archivio e immagini d’epoca del periodo delle tensioni razziali più violente e sanguinose, fine ’50 e tutti i ’60, con i broadcast dalla guerriglia del Blacklivesmatter dei nostri giorni, con le parole di Baldwin che sembrano davvero raccontare un presente che pare aver fatto un tragico testacoda.
Ma probabilmente lo scardinamento più importante il documentario lo compie sul senso della tensione razziale veicolato dalla Hollywood classica, smontando e disinnescando un generoso apparato di immagini apparentemente “pacificate” della cinematografia più progressista, alla Sidney Poitier, oppure la propaganda sull’uomo bianco conquistatore alla John Wayne, o ancora l’american way of life incarnato da Doris Day, con una foga destrutturalista di precisione chirurgica propria degli ambienti più sperimentali e antagonisti (che sia questa la versione black di Impero di Canecapovolto?).
Con questo doppio exploit, l’haitiano Raoul Peck conferma e porta definitivamente all’attenzione di tutti il suo cinema, già da tempo sotto l’osservazione dei frequentatori dei festival più illuminati, con tutta la forza espressiva capace di colpire stomaco e pensiero, dimostrando in questa stagione di Oscarssoblack di essere lo sguardo che ha maggiormente trasposto nel trattamento delle immagini quel beat della rivolta afroamericana che da sempre conserva l’abitudine ad attraversare epoche, stili e modi di rappresentazione, dal blues più corrosivo alle ascensioni del free jazz alle rime di A Tribe Called Quest.