#Berlinale2017 – Patriot, l’anima scissa dell’America

Sembra quasi una mossa politicamente significante la programmazione dell’uscita della prima stagione di Patriot, serie originale Amazon  solo ora, il 24 febbraio, a distanza di oltre un anno dal pilot, all’indomani del subentro di Donald Trump alla guida degli Stati Uniti. Al centro della vicenda di questa spy story tutta a stelle e strisce (di quelle che hanno radici nel profondo Texas), l’agente dell’Intelligence John Tavner, specializzato nei cosiddetti incarichi ‘N.O.C.’ – Non-official Cover, con lo scopo di penetrare settori privati strategici a livello geopolitico, ma con scarsa protezione governativa. Siamo nel 2012, e la missione stavolta consiste nel fingersi un ingegnere per infiltrarsi in una compagnia di Milwaukee specializzata in tubature, manovrare le imminenti elezioni iraniane e scongiurare l’implementazione delle armi nucleari a breve raggio del Paese. Ma la situazione prende ben presto una piega distorta rispetto alle premesse: sarà questione di pochi passi e l’operazione comincerà a fare acqua da tutte le parti, dando il via ad una corsa contro il tempo (e le regole) per salvare la missione, l’equilibrio mentale, la vita.

Patriot-316.arwÈ tutto uno scivolare sul confine tra atmosfere cupe e surreali venate di una sottile, vaga ironia, questo nuovo prodotto Amazon co-firmato da Steve Conrad (sceneggiatore di The Weather Man – L’uomo delle previsioni, La ricerca della felicità, I sogni segreti di Walter Mitty). E la presenza nei credits dell’autore-regista non sembra casuale se troviamo degli echi di una poetica della contraddizione tra essere, apparire, ottenere di un personaggio in crisi costante, in perenne e anestetizzante smarrimento psico-sociale – e questa sorta di “dinamismo apatico” trova ottime sembianze attraverso l’attore neozelandese Michael Dorman. Ma la scissione del personaggio di Tavner rimane lì, a smuovere le onde proprio sotto la superficie, pronta a esplodere in accessi di cinica violenza, scegliendo di planare verso l’ironico disincanto. Patriot sembra voltare le spalle agli archetipi di genere, che si tratti di Homeland, 24, o The Night Manager, per guardare più in direzione dei fratelli Coen o di Wes Anderson.

E, se la cura di messa in scena e post-produzione rendono già visivamente godibile questa serie – di pregio soprattutto l’attenzione cromatica, con le sue desaturazioni e l’uso dei contrasti, che si inserisce entro quel gusto retrò che appare come un marchio di fabbrica delle serie targate Amazon, avvicinandosi in particolare all’estetica di The Man in the High Castleciò che sembra dare a Patriot un valore specifico, è il suo ritmo. Un ritmo tutto personale (antitetico al genere spy-action), che tende a diluire, a sciogliere programmaticamente l’azione in mille dettagli, digressioni, parentesi. E che al contempo vibra delle suggestioni create dall’ibridazione stilistica. È soprattutto tramite l’utilizzo della musica, infatti, che riverberano tutte le potenzialità drammaturgiche delle ambivalenze contraddittorie. A patriot7partire dall’utilizzo della musica folk, caleidoscopio introspettivo della personalità frammentata di John, che vive ricordi e pensieri attraverso il cantato autobiografico, quasi si trovasse dentro un videoclip terapeutico – approccio originale, questo, che nel secondo episodio sembra perdersi, ma ci auguriamo vivamente non sia così. E, che si tratti di una coincidenza mediatica o meno, con il suo senso del patriottismo de-drammatizzato, depotenziato (perché mai spiegato o realmente messo al centro della narrazione), rivolto verso un protagonista perfettamente addestrato ma senza alcun controllo – di sé e degli eventi –, alle prese con un rapporto problematico e contraddittorio con il padre, Patriot diventa una chiave di lettura interessante dell’America di oggi. L’America di Donald Trump.