#Berlinale2017 – The Other Side of Hope, di Aki Kaurismäki

Già lo sapevamo. I personaggi di Kaurismäki non hanno mai davvero una casa. Quei suoi spazi, quegli interni arredati come fossimo ancora in uno studio dentistico degli anni ’70, con i colori e le tappezzerie appesantite dalla gelida indifferenza degli anni che consumano le mode, non sono mai stati davvero accoglienti. E del resto The Other Side of Hope si apre con un abbandono, un uomo che prende tutte le sue cose, camicie per lo più, lascia la moglie e si chiude la porta alle spalle. Che quell’uomo, Wikström, abbia il volto di Saki Kuosmanen, compagno di viaggio di Kaurismäki dai tempi di Calamari Union, non è un dettaglio irrilevante.  Ma ogni cosa a suo tempo…  Il punto è che se non c’è una casa, non possono esserci neppure regole che permettano di abitarla o condurla. L’economia è già disastrata, è un fallimento. Quale sia la causa e quale l’effetto, non è qui che va determinato. Ma è certo che il mondo, così come è strutturato, produce continuamente rifiuti da espellere e da tenere ai margini, in tutti i modi. Non fa eccezione la Finlandia, questo “bel paese” come raccontano a Khaled, faccia di carbone, altro sporco “negro” seppur di un tempo diverso, di una terra diversa. Ecco: Kaurismäki sta sempre su questi margini di esclusione, storie di rifiuti, di residui, racconti di diaspore e esili. Che sono sempre, innanzitutto, individuali e poi, solo poi, per il tramite di un destino comune, collettivi. Ma se l’esilio è una costante, il fatto che in The Other Side of Hope, come già in Miracolo a Le Havre, si parli di immigrati clandestini, di fughe dalla guerra, di confini blindati, è una naturale conseguenza. Tra Khaled, Wikström e gli improbabili dipendenti della Pinta d’Oro, il miserabile ristorante rilevato dal vecchio rappresentante di camicie, non c’è reale differenza. Al netto delle differenti storie e vicissitudini, vengono dallo stesso dolore e, per volontà o per destino, abitano la stessa inquadratura, lo stesso spazio-tempo. Il che li porta per forza di cose a riconoscersi e a condividere la scena, seppur dopo il conflitto di un pugno al naso. Ed è quell’inquadratura la loro casa, lo spazio abitabile, in cui provare a inventarsi una vita possibile, ben oltre le dittature della burocrazia e della polizia, oltre la follia esclusiva dell’odio. In fondo, Kaurismäki immagina la comunione o solidarietà come un’evoluzione naturale della solitudine. E col cinema costruisce ipotesi di resistenza e di altre famiglie, a cominciare dai volti che lo attraversano nel corso degli anni.

 

the other side of hope1Ma quest’irrompere dell’attualità, dell’urgenza del presente dimostra ancora una volta come l’atemporalità delle immagini di Kaurismäki, che sembrano sempre venire da un universo alieno o da un’altra epoca della storia del cinema, sia solo un’apparenza. In realtà, il suo stile è ormai diventato una grafia leggera, un segno di riconoscimento che ha superato il rischio del manierismo, per giungere alla purezza dell’essenziale. Ed è quindi adattabile a ogni situazione, a ogni racconto, a ogni modalità di presa sul reale. Quella fotografia di luci che tagliano l’uniformità degli ambienti, quelle scenografie dal funzionalismo povero, quell’antinaturalismo delle espressioni e dei gesti tornano a una specie di grado zero dell’immagine,  in cui la regia annulla ogni impressione di sforzo e raggiunge la massima estensione e duttilità espressiva possibile. È perfettamente centrata, ma al tempo stesso percorsa in obliquo, a squarcio, aprendo infinite vie di fuga verso il fuoricampo, verso altre possibilità, altre dinamiche, altre prospettive di vita. Un po’ come quell’ironia irresistibile, che non agisce a scoppio, ma per istantanee o per lenti movimenti e quindi giustapposizioni di attimi che tendono all’immobilità dello zero: una parola, un gesto, una mano che pulisce un vetro che non esiste. Che quella di Kaurismäki sia un arte del mimo? Un cinema che si muove lungo il punto di congiunzione tra l’astratto del gesto e il concreto della presenza, tra la tristezza e la felicità. In cui il formalismo apre le porte al realismo e la realtà è un’altra forma da scardinare. È qualcosa che scompagina comunque la logica dei tempi, di questi tempi, e che trasforma l’insensatezza in un un intervento reale, che sovverte le gerarchie tra l’eccezione e la norma, tra il marginale e il conforme. A seconda di quale occhio guardi, puoi vedere la speranza o l’altro lato. Che è miserabile, forse. Ma pur sempre di speranza si tratta. Come sa bene Khaled, che sorride comunque.

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