#Berlinale68 – Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot, di Gus Van Sant

Puro Van Sant in un film Amazon. Pur ‘organo’ di Chris Doyle e soprattutto Harry Savides; con questo film infatti inizia la collaborazione con Christopher Blauvelt, lo stesso che ha finito Bling Ring ed è collaboratore abituale di Kelly Reichardt. Quello che non si vedeva da tempo anche se Promised Land ci era piaciuto e La foresta dei sogni lo abbiamo difeso. Con Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot, si respira un’atmosfera familiare, quella dei Van Sant anni ’90. Abbastanza anomala, quasi retrò per un biopic, il secondo ‘autentico’ dopo quello su Harvey Milk del 2008. Perché il modo in cui il cineasta ha lavorato sulle figure realmente esistite è apparsa sempre al limte tra la realtà e la creazione. E sia Sean Penn in Milk sia Joaquin Phoenix in Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot sono come immersi quasi in un suo mondo liquido, subacqueo. Del resto c’era già stato lo sdoppiamento Blake/Kurt Cobain in Last Days. E gli stessi Will Hunting e lo scrittore William Forrester (che segnano i film già dal titolo), pur essendo figure di fantasia, sono mostrati come se fossero stati personaggi realmente esistiti.

Don't Worry, He Won't Get Far on Foot Joaquin PhoenixAtmosfera familiare, si diceva. Perché anche Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot non è un biopic qualunque. Il fumettista John Callahan, scomparso nel 2010 a 59 anni e rimasto paralizzato a 21 anni dopo un incidente d’auto, era di Portland, la stessa città del regista. Ma non è solo quello. È il modo con cui il regista entra nella dimensione intima del protagonista, dove Joaquin Phoenix (soprattutto dopo l’incidente) sembra recitare soprattutto con i movimenti degli occhi. Sospeso quasi in una dimensione onirica, quasi tra la vita e la morte come il precedente La foresta dei sogni, dove la creazione va di pari passo con la propria elaborazione del lutto, Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot sembra gettare sullo schermo tutte le costruzioni mentali di Callahan. Dai suoi fumetti, già presenti nei titoli di testa, alle sue apparizioni: il fantasma della madre, il primo sguardo con la hostess Annu dove Rooney Mara è finalmente solare. E i suoi ondeggiamenti quando è ubriaco.

Forse troppo verboso, ma è un film che ha un gran cuore. Con una performance breve ma strepitosa di Jack Black, con una continuo ondeggiamento tra passato e presente, tra il prima e dopo. E con frammenti del suo cinema che ritornano improvvisi, come schizzi. I ragazzini sullo skate che aiutano Callahan a rialzarsi per poi attaccarsi alla sua sedia a rotelle e giocarci insieme. Lì, al di là della storia, è il puro istinto. Quello di un cineasta che, anche attraverso una sola scena, ti riporta a casa.