#Berlinale68 – Dovlatov, di Aleksej German Jr

È il 71, piena epoca brezneviana, e la situazione culturale dell’URSS è ufficialmente in stagnazione, secondo i dettami dei burocrati di partito e l’edificazione della propaganda. Si parla di eroi della rivoluzione comunista in divenire, al massimo di epica antica, non certo dei problemi di ogni giorno, dei campi di prigionia e lavoro, del pane altrui che sa di sale o della retorica assassina del regime. Ma neanche del blu del cielo, dell’America lontana, di Steinbeck e Faulkner, figuriamoci di Nabokov o di Solženicyn… eppure, nella clandestinità tutto scorre come un fremito. C’è ancora poesia, fame di vita e mondo, il jazz e il rock risuonano per le stanze fumose, mentre il mercato nero e il samizdat mettono in circolo idee e opere. Ma con quale prospettiva?

dovlatov2A soli trent’anni, Sergej Dovlatov è alla canna del gas. L’Unione degli Scrittori proibisce la pubblicazione dei suoi racconti, il giornale per cui lavora richiede solo l’ossequio dei chierici per le magnifiche sorti del Paese, niente soldi, un appartamento in coabitazione, alle spalle un divorzio e un secondo matrimonio ormai sull’orlo del fallimento. Eppure continua a girare per le vie di Leningrado, a bere e a fumare, a incontrare gli amici che mettono a nudo l’anima vera, Iosif Brodskij, Anton Kuznetsov, le voci di una purezza integra, autentica. Mentre, per sola fedeltà a sé, smonta la retorica dei proclami con l’ironia, si spaccia per Kafka, riporta tutto a un piano umano e vive per scrivere e scrive per vivere, “cose inutili”, ribadendo il suo no alle imposizioni del linguaggio ufficiale, mandando a fare in culo chi gli chiede di piegarsi ai dettami, di vendersi, di conformarsi alla normalità, o alle congreghe degli impressionisti, astrattisti, realisti… “Il contrario dell’amore non è l’odio. E nemmeno l’indifferenza. È la menzogna. Di conseguenza, l’opposto dell’odio è la verità.”

Dopo le architetture futuriste e infinite di Under Electric Clouds, German torna al passato, quello che si muoveva lungo lo sfondo di Garpastum e Paper Soldier. Ma da qualunque lato la si guardi, rivolti all’indietro o in avanti, è sempre Storia, saldatura di figure e ambienti, traiettorie individuali e quadri d’insieme, flusso continuo di persone che si muovono nel mondo, che fanno il mondo. A dispetto dell’utopia messianica di un tempo senza più divenire, di una totalità che mangia l’eccezione della singolarità, la pretesa di una compresenza eterna, senza più dimensioni, in cui Puskin, Tolstoj, Gogol e Dostoevskij svestono i loro panni umani, le loro storie personali, per cantare l’era sovietica. Ecco, German, proprio come Dovlatov, rifiuta il film “già imposto”, sceglie cinque giorni di vita dello scrittore e imbroglia le convenzioni del biopic, mescolando la verità del piano di ambientazione con l’invenzione delle situazioni, la traccia scritta con la libertà dell’immaginazione.

dovlatovE il suo occhio si muove con la dolcezza e la precisione di sempre. Con i suoi piani sequenza ingloba le strade, le cose e gli uomini, ma ogni inquadratura è inglobata e stravolta dai personaggi che appaiono all’improvviso, che guardano in macchina, che sovrappongono le voci. Probabilmente non c’è, qui, la radicalità paterna di Under Electric Clouds, la vertigine del punto di congiunzione tra il controllo della messinscena e l’entropia del mondo, quel confine indistinto in cui l’ordine sfuma nel caos. Ma c’è, ancora una volta, un’irresistibile forza di attrazione che ci risucchia nell’immagine, nella scena, lasciandoci però la libertà di sostituire la nostra soggettiva a quella del personaggio o del Dio regista, di rispondere alle interrogazioni o di ignorarle, di cercare i dettagli o di smarrirci nell’atmosfera, di aggrapparci al volto del bravissimo Milan Marić o di perder tempo tra i bambini nelle strade. È un cinema che vuole perdersi, quello di German, nonostante l’eleganza, i pezzi bravura. Vedere come vivere. Ed è difficile. Se è hard to be a God, come sapeva bene Aleksej German Sr., è ancor più dura essere uomini, tenere insieme la coerenza della morale e la libertà dell’ispirazione, i conti da far quadrare e il desiderio semplice, puro, di essere se stessi, con se stessi e con gli altri. “Ci vuole coraggio a mantenersi integri quando non sei nessuno”. Andrebbero incise sulla pelle queste parole che Elena rivolge a sua marito Sergej, ormai in piena crisi. Basterebbero a smontare, in un colpo solo, la protervia del capi e i protestanti del giorno dopo, quelli col letto caldo e il piatto pieno, i rassegnati e gli indignati. Dovlatov andrà in America e lì potrà iniziare a pubblicare i suoi racconti. Oggi è uno degli scrittori russi più letti e amati (come Brodksij è uno dei poeti più importanti della letteratura russa del novecento…). Non avrà il modo di saperlo, morto troppo presto, nel ’90, per un arresto cardiaco. Troppe sigarette e troppo alcool. È vita anche questa…