#Berlinale68 – Season of the Devil, di Lav Diaz

“…poiché esiste uno Spirito d’amore, più tardi divenuto il dio dell’amore, ne possiamo inferire che l’incantesimo per primo, quindi la preghiera cantata e infine la poesia lirica, avranno a giocare un ruolo primario nei rapporti con codesto dio o Spirito” (Jules Combarieu, La musica e la magia)

L’incantesimo, la preghiera cantata, e infine la poesia lirica: Season of the Devil di Lav Diaz, che il cineasta chiama la sua “rock opera filippina”, si concentra proprio su questi elementi come già altre volte nella filmografia del regista, ma stavolta sembra quasi voler tentare allo stesso tempo una sorta di riavvolgimento del suo immaginario, un primo archivio della mitologia e dell’iconografia dell’autore.
Lo svelamento definitivo è l’esecuzione, in una sequenza bellissima, del brano Ina ng Nawawala, classico lamento della madre dolorosa che fa parte delle canzoni contenute in Impiyerno: Songs From & Inspired by the Cinema of Lav Diaz, l’album che il regista ha realizzato nel 2009 per il .mov International Digital Film Festival: scritta nel 1987 all’indomani dell’omicidio di Lean Alejandro, attivista operaio tra i più accaniti oppositori della dittatura di Marcos, la canzone è già stata uno dei temi portanti dell’altro grande film-rock di Lav, Hesus the Revolutionary.
Ed in qualche modo Season of the devil è volendo una sorta di prequel di quell’opera datata 2002, o di versione cantata, non tanto musical quanto spiritual o mistero sacro, davvero un luogo deputato anche per come Lav Diaz tratta la scena e il modo sacrale di stagliarsi immobili degli attori come su di un palcoscenico, una rappresentazione rituale che segue le regole della lingua magica, delle giaculatorie, dei canti che hanno il potere di legare amore e morte, e di evocare le creature di un’altra dimensione, il gufo, la strega…

Se Hesus era un poeta rivoluzionario del futuro, il suo collega Hugo Haniway vive qui negli anni ’70 della sanguinosissima Legge Marziale del presidente Narciso, diprosopico come poor Edward Mordake, mentre il film sembra volersi tenere lontano dalle esplorazioni infinite come pure dalle sospensioni rarefatte del Lav Diaz più meditativo.
Lo sguardo del regista si rivela infatti molto più interessato quasi unicamente a cogliere gli LAV1attraversamenti del quadro, il tempo dei passaggi di queste visitazioni oscure che i suoi mantra blues hanno richiamato in vita nel villaggio e tra la vegetazione della foresta.
Il riluttante cantore dell’insurrezione Hugo Haniway non riesce a convincersi ad entrare in azione e a guidare la rivoluzione, neanche quando l’amatissima Lorena, medico volontario, è preda delle violenze delle milizie armate: per risvegliarne la vocazione alla ribellione sembra essersi raccolto intorno a lui il cosmo intero e tutte le creature di questo e di altri mondi.
E la stagione del diavolo costringe la cifra del cinema di Lav Diaz ad una contrizione in questo modo inevitabile, la prima sezione del film non raggiunge quelle vette evocative che hanno reso l’autore filippino uno dei campioni irrrinunciabili dei festival contemporanei.
Ma qualsiasi invocazione ha bisogno di un sacrificio per essere recitata, e la sequenza – intollerabile e meravigliosa, conturbante e potentissima – dello stupro di Lorena da parte dei soldati libera l’opera verso accensioni quasi insostenibili per questa sorta di senso di vertigine mistica che le innerva, l’evidente apparato cristologico si trasla per mutare la preghiera in formula d’elevazione iniziatica: se c’è un corrispettivo biblico, allora Season of the Devil è chiaramente un’opera di trasfigurazione.
Nonostante l’incassellamento ufficiale degli ultimi tempi nella cinefilia certificata, il cinema di Lav Diaz potrebbe non aver ancora assunto la sua forma definitiva, nel bene o nel male: in quali sembianze ci apparirà davanti la prossima volta?