#Berlinale68 – The Happy Prince. Incontro con Rupert Everett ed Emily Watson

Arriva Rupert Everett al festival. Barba abbastanza folta, cappello di lana in testa. Con lui, tra i diversi membri della troupe, anche Emily Watson. L’attore inglese ha presentato, nella sezione Berlinale Special, il suo primo film da regista, The Happy Prince, di cui è stato anche sceneggiatore.

“La storia di The Happy Prince di Oscar Wilde – ricorda Everett –  me la leggeva spesso mia madre quando avevo 6/7 anni. E mi ricordo anche il suo abbigliamento, un vestito corto, cosa insolita per una donna convenzionale come lei”.

Il progetto ha fatto fatica a decollare: “Si, mancavano i finanzamenti. E abbiamo iniziato a ottenerli dopo che ho fatto Oscar Wilde a teatro. E per me è stato molto utile prima di affrontare la mia prima prova come regista.

Everett ha anche il suo Wilde preferito:The Nightingale and the Rose“. Per Emily Watson è invece la versione di The Happy Prince di Orson Welles. Poi l’attore si sofferma sull’idea che aveva dello scrittore: “Aveva una natura autodistruttiva, quasi pre-freudiana. Aveva qualcosa di cristologico. Il suo sacrificio era per rendersi immortale. Gli era stata data l’occasione di andarsene dall Gran Bretagna ma lui ha scelto di restare e andare in prigione”.

the happy princeEmily Watson, che interpreta sua moglie Constance, descrive Wilde come “qualcuno che non si può non amare. Aveva dentro un fuoco interiore che attirava le persone”. Poi parla di come ha costruito il personaggio: “Mi ha molto aiutata un libro su di lei. È stata vittima della terribile ipocrisia della società del tempo. Ha dovuto lasciare il paese quasi disonorata ed è morta giovane, da sola. Anche Wilde è stato molto crudele con lei”. Infine parla di Rupert Everett regista: “Ha molta autorità e non aveva nessun dubbio su quello che doveva fare. Ed è stato un piacere lavorare con lui”. Anche l’attore ricambia i complimenti: “Ho pensato subito a Emily per la parte di Constance e ho scritto il personaggio già pensando a lei”.

Sulla sua prima prova come cineasta dice: “Un regista deve saper riconoscere il talento di tutta la sua troupe e tirarlo fuori”. Poi parla della sua interpretazione di Oscar Wilde: “Al montaggio mi sono ccorto che la mia prova era la più debole. Però in post-produzione ho potuto aggiustare il personaggio”. Infine uno dei suoi modelli: “Visconti aveva il culto dell’immagine. Ed è stato uno dei modi decisivi con cui mi sono avvicinato a questa storia”.