#Berlinale68 – Victory Day, di Sergei Loznitsa

Dal 1965 in Russia il 9 maggio si celebra il Den’ Pobedy, la Giornata della Vittoria, in ricordo della definitiva resa delle forze naziste, avvenuta la sera dell’8 maggio 1945. Festa ufficiale in epoca comunista per tutto il blocco sovietico, ha perso d’importanza dopo lo smantellamento dell’URSS. Finché Putin non ha ribadito la centralità di questa calebrazione per la riaffermazione esplicita dell’orgoglio nazionale russo. Dal 2005 in poi il Den’ Pobedy è tornato ad essere una data fondamentale, con tanto di fanfare, parate militari e grande partecipazione di pubblico. Ma non è un evento che riguarda solo Mosca. La Giornata della Vittoria si festeggia anche a Treptower Park, nel cuore della vecchia Berlino Est, lì dove sorge il Sowjetisches Erhenmal, uno dei tre memoriali della città nati per ricordare i soldati sovietici morti durante la battaglia di Berlino, quando l’Armata Rossa entrò nella capitale del Reich per l’ultimo, definitivo colpo di grazia. Un grande portale di ingresso, a rappresentare due bandiere sovietiche, una serie di blocchi di pietra con bassorilievi con scene di guerra e motivi di propaganda staliniana, e infine un grande mausoleo sormontato dalla statua di un soldato liberatore con un bambino in braccia.

victory day+Ecco Sergei Loznitsa partecipa al Den’ Pobedi di Treptower Park col solito approccio “neutrale” dell’osservatore immobile. Come in Maïdan o in Austerlitz: nessun movimento di macchina che possa individuare e isolare un eroe (sebbene qui, l’obiettivo indugia molto di più su singoli personaggi), nessun cenno che possa tracciare una linea di racconto, un’ipotesi di interpretazione o una sottolineatura drammatica ed emotiva. L’occhio sta sui momumenti, le lastre e i bassorilievi e son essi, in verità, a dare la suggestione di una narrazione. E poi le rappresentanze ufficiali, i militari, le autorità civili, e infine la gente che partecipa alla festa, tra canti popolari, inni patriottici, balli, pranzi a sacco, fotografie e discussioni.

victory day 2Loznitsa osserva e tace, preferendo come al solito i campi lunghi, i piani d’insieme, con il teleobiettivo che schiaccia la profondità e che sembra far crescere la densità in tutta l’altezza dell’immagine, a compattare i gruppi, le folle, come se questo cinema vivesse sempre il desiderio di comporre le masse, di far letteralmente corpo con esse. Certo, a Victory Day manca l’urgenza della Storia in diretta di Maïdan e l’evidenza lampante, cupa di Austerlitz  che, quasi come un movimento opposto, mostra proprio la trasformazione invincibile della Storia in spettacolo, un ribaltamento dei rapporti di gerarchia a favore l’immagine. E in particolare nella crisi dei luoghi come sedimento di eventi e strati di memoria, l’astrazione dello spazio nella bidimensionalità della cartolina turistica. Che poi l’inquadratura possa essere un altro campo di concentramento, smaterializzato eppur reale, è un’altra questione. Resta il fatto che la testimonianza diventa pubblicità. Testimonial. E qui Loznitsa non è su posizioni molto lontane, seppur il suo discorso sia meno chiaro, stringente. In effetti, se la gente che festeggia al Memoriale di Treptower Park ha una relazione più viscerale, sanguigna con il luogo, rispetto ai visitatori di Sachsenhausen, lo si deve, probabilmente, al surplus di retorica del monumento, che disarticola la complessità problematica dei fatti per veicolare un’idea ben precisa, unidirezionale, granitica, a prova di tempo e di critica. A dispetto del “realismo” dello stile dei bassorilievi e della statua di Yevgeny Vuchetich… Ciò che viene fuori è la saldatura tra la vecchia propaganda di regime e un’idea nazionalista che è una deformazione assurda della prospettiva comunista, con ovvie ragioni di strategia politica. Ma quest’intreccio “di bandiere”, di rivendicazioni nostalgiche e orgoglio nazionale, racconta altresì un lato profondo dell’identità russa, l’anima slava, come canta qualcuno. E Loznitsa mostra tutto il fascino di questa fierezza autentica, di questa adesione che si esprime nella gioiosità della festa e nella commozione sincera dei momenti “ufficiali”. Ecco, c’è qualcosa che rende ambiguo il discorso del film, tra contraddizione e passione. Ma è proprio in questo dilemma la vitalità di Victory Day, che sembra porsi sul punto di crisi, di definizione dell’immagine rispetto al reale.