Beyoncé: Venere e madre di popoli

Mother is a cocoon where

cells spark, limbs form, mother

swells and stretches to protect her

child, mother has one foot in this world

and one foot in the next,

mother, black venus

La madre è un bozzolo dove

le cellule scintillano, gli arti crescono, la madre

si gonfia e si distende per proteggere suo

figlio, la madre ha un piede in questo mondo

e un piede nell’altro,

madre, venere nera

Definire Beyoncé Knowles si rivela sempre più difficile. Tantomeno farla rientrare in una certa categoria. Pop star, attrice, cantautrice, chi ne ha più ne metta per una donna che continua a liberarsi dei vecchi vestiti o meglio a ricucirseli su una pelle in eterno mutamento. Parecchia acqua sotto i ponti dall’esordio con le Destiny’s Child, quel trio afro che cantava di Squisiculi (Bootylicious) e Sopravvivenza come fossero le armi vincenti di un intero popolo. Sì, combinare certe caratteristiche innate e portare la bandiera di un disagio secolare si è rivelata una delle idee più brillanti già dal principio. Poi, la consacrazione. Quel marito domatore di leoni, il crazy in love magnate dell’industria musicale black: Jay-Z. Ma il tappeto era già stato steso perché Queen B ha sempre avuto un approccio lucidissimo e serio su quale sarebbe stata la sua missione. Parliamo in effetti di compito, task divina considerando che non si è mai rinchiusa in una griglia definita, un torrent in cui hanno confluito altre alla stregua di Rihanna, Niky Minaj e un puttan pop di non chiaro contenuto.

20 album pubblicati. 8 profumi, 8 film fra cui Dreamgirls, un ritratto della scena musicale afro e delle lotte violente contro i white thieves del settore. Una giovane inesperta, entusiasta, che si accontenta anche di partecipare al coro di Eddie Murphy. Ma chi più di      I am…Sasha Fierce per annientare quell’immagine? Il disco del 2008 si rivela scoperta ideale, un Graal trovato nella più semplice delle soluzione e al tempo stesso complicata. Single Ladies, Run The World: un tributo, una marcia tribale, una parata femminista e sovversiva al punto giusto. Da quel “Who run this motherf***?” tutto era chiarissimo. Il clamore nasce però nel 2013, anno del salto nel vuoto. Beyoncé, un album uscito in sordinaC_2_fotogallery_3008750_2_image e già corredato di video belli pronti. Knowles spiazza per la sua capacità di riflettersi in una figura ed estenderla nelle sue azioni anche più estreme. “I’m a grown woman, I can do whatever I want“: anche qui una presa di posizione definita, eppure dimenticarsi del terreno dove si sono mossi i primi passi sarebbe assurdo, come dimostrano le immagini di repertorio di una B bambina intenta al suo studio matto e disperatissimo e il frame che la inquadra con la madre, la Regina Madre, sua manager da sempre, a ricordarle che la nascita è un atto prezioso, sofferto, a cui bisogna rendere grazie. E un popolo che non si identifica con il nodo alla radice, con le azioni più basilari e umane, è un popolo senza sudditi.

Poi l’ascensione a sacerdotessa suprema, a matriarca di una prole dispersa. Lemonade, uno schiaffo quanto mai assestato alla guerriglia tra poliziotti e afro-americani. Un album che racchiude il dolore per un presunto tradimento, una sofferenza per la repressione, la segregazione e l’ingiustizia più generalizzata. In ogni caso la formazione di B vale oggi più che mai. “I like my baby hair, with baby hair and afros, I like my Jackson Five nose with nostrils. Earned all this money but they can’t take the country out me…“. Quella macchina della polizia affondata tra le rovine di New Orleans, la mazza da baseball usata per sferzare colpi all’arredo urbano, Beyoncé sente il disagio di chi si trova a metà, di chi necessita di una direzione, di un qualche straccio di bandiera, soprattutto al culmine di un’epoca, quella di Obama, che non ha apportato quella rivoluzione che molti speravano. Ma B, come Barack, è un mash-up, un’ibrida, possiede quel pedigree che spesso anche gli afro declassano perché impuro. Poco importa però a giudicare dalle parole di Formation, perché il suo essere Texas Bama, una mistura di varia provenienza, già serve ad accorpare un nutrito numero di volti. Quelle facce che nel video condividono la propria routine, la propria convivenza con un terreno divenuto relitto, e quell’ostilità per le tante promesse non mantenute.

La filosofia è stata accolta. Alla 59esima edizione dei Grammy Awards, Adele, vincitrice dell’album dell’anno, rende i propri omaggi a Queen B con una frase definitiva: “I want you to be my mama“. Impossibile non aver sentito quel richiamo, quella preghiera, quella formula sussurrata e urlata in tutta la sua forza. Un’energia fisica e intellettuale che si libera dalla bolla e si riversa nelle strade, laddove bisogna metterla in pratica, nello straordinario singolo Hold Up. L’appello di una donna/madre/artista che è riuscita a mescolare una nascita bastarda e a renderla mutazione progenitrice di una nuova tribù. Il suo è un corpo, come dicevamo, aperto alla trasfigurazione, non più interamente suo, ma al servizio di un disegno più elevato, olimpico, oseremmo dire. Dopo aver scoperto la nuova gravidanza, i due gemelli in arrivo, l’artista ha posato per un servizio fotografico in cui appare anche la primogenita Blue Ivy. Tuttavia, definirlo ritratto familiare sarebbe assurdo vista la potenza con cui B sguazza negli ambienti più diversi, nelle posizioni più scomode e innaturali, proprio come la Venere nera citata nella poesia che ha lanciato lo shooting. L’acqua, il luogo della vita primordiale, la dimora della divinità generatrice. La Rea greca che insieme ospita l’eros femminile e fecondo di Afrodite, nata dalla spuma del mare. Alla cerimonia si è aggiudicata il premio per il miglior Contemporary Urban Record e fin da subito il discorso di ringraziamento sembrava superfluo. Bastava guardarla con il capo coperto da un velo dorato e le forme esibite per capire che l’obiettivo era stato raggiunto. Mia Madre è la madre di tutti…