BFM35 – Europe, Now! Incontro con Thanos Anastopoulos

Attento osservatore della società greca (e non solo), l’occhio del cineasta Thanos Anastopoulos si è contraddistinto negli anni – dall’esordio con il corto Theatis (1989), passando per il documentario Pos se lene? (1998), Atlas. All the Weight of the World (2004), fino a Diorthosi (2007) e I kóri (2012) – per l’interesse pulsante per le storie dei singoli, lo scambio di prospettive, il sociale. In un ibrido di genere cinematografico che potrebbe essere definito “cinema del reale”, sebbene egli stesso affermi di non amare molto la suddivisione per etichette e anzi quanto sia necessario compiere uno “sforzo per sorpassare i confini di queste categorie”, tra documentario e fiction. A lui, il Bergamo Film Meeting di quest’anno dedica la retrospettiva di Europe, Now!, presentando il suo lavoro più recente, L’ultima spiaggia (2016), co-diretto con il triestino Davide Del Degan e passato per il Festival di Cannes dell’anno scorso, film dai tratti documentaristici che raccoglie tante piccole storie racchiuse nel microcosmo del Pedocin, stabilimento balneare a pochi passi da Trieste, celebre per il suo muro, che divide i maschi dalle femmine. “È iniziato come un piccolo progetto in questa spiaggia che avevo scoperto con mio figlio per fare i suoi primi passi. Mi ha fatto ricordare la mia infanzia nelle spiagge di Atene. Quando ho trovato queste persone alla spiaggia del Pedocin, questo muro mi ha fatto riflettere su confini, sulle identità e sulle discriminazioni. Anche Davide voleva fare un film su questa spiaggia, e abbiamo deciso di fare questo viaggio insieme. Per me era come un biglietto da visita con cui presentarmi alle persone del posto”, commenta infine il regista triestino d’adozione.

ultima spiaggia2Proprio rispetto alla questione del genere cinematografico, il regista afferma: “abbiamo deciso di seguire tre o quattro regole: non fare interviste, rimanere dentro la spiaggia senza seguire le persone per un anno intero, per ritrarre le diverse stagioni, e cosa più importante, che è anche politica, non chiedere a nessuno di fare qualcosa per noi”. Questo tipo di lavoro ha richiesto tempi lunghi di lavorazione, un anno per le riprese e quindici mesi di montaggio, senza contare la preparazione prima di girare: “con le persone eravamo sempre a distanza ravvicinata. Abbiamo spiegato ai ‘fedeli della spiaggia’, quelli che erano lì anche d’inverno, cosa volevamo fare… le prime riprese con il lato femminile sono iniziate dopo sei mesi. È un film sul territorio, non è stato facile ma piano piano si è creata una relazione di fiducia, e grande generosità da parte loro”. Un tema ricorrente nell’intero film è quello del ciclo tra vita e morte: “il tema della morte era ricorrente nel lato maschile, e trovo questi uomini molto coraggiosi perché parlano di temi di cui i maschi di solito non parlano, di paure e insicurezze. E l’averlo fatto davanti alle nostre macchine da presa lo trovo un dono da parte loro al film”.

Tornando indietro, al film con il quale ha rappresentato la Grecia agli Oscar, Diorthosi – Correction (2007), girato prima della grave crisi economica che ha investito al Grecia e non solo, nel 2009, Anastopoulos racconta: “Tutto o quasi è stato girato attorno al mio quartiere, la parte meno turistica di Atene ma centralissima. La parte turistica di una thanos anastopoulos3città è il cuore e la mente, questa parte è invece lo stomaco, l’intestino. Io ho deciso di filmare l’intestino”. Il film segue il viaggio, di colpa e redenzione, di un uomo in una Atene distopica popolata da persone ai margini della società, “il cinema greco degli anni ‘50-’60 affrontava i temi dell’immigrazione, come anche tanti film degli anni ‘90 con personaggi immigrati in Grecia. Il punto di vista è sempre di chi arriva, di identificazione con l’immigrato, e io ho voluto spostare il punto di vista. Le cose hanno sempre due lati”. E questo concetto, della necessità di essere sempre pronti a cambiare prospettiva, sembra essere l’ethos che ripercorre l’idea di cinema del cineasta Thanos Anastopoulos, se la riflessione viene suscitata anche da alcune caratteristiche visive di L’ultima spiaggia, dove spesso il mare viene ritratto capovolto, sottosopra: “non siamo da soli in questo mondo, quando la macchina da presa si ribalta è perché è un altro punto di vista: è il punto di vista dei pesci. Il punto di vista va sempre spostato, è nostra responsabilità avere la voglia e il coraggio di spostare il punto di vista, solo così si può diventare un cittadino attivo, ma tutto questo va fatto senza però cadere nel relativismo”.

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