Binge watching. Psicoanalisi e serialità televisiva: Black Mirror

Lo storico palazzo Gradari, cornice del Dopofestival di #PesaroFF53, ha ospitato un evento collaterale alla manifestazione, ma pur sempre inserito nel focus verso nuove forme di visione e fruizione contemporanee. Parliamo di Binge watching. Psicoanalisi e serialità televisiva: Black Mirror, un incontro promosso dal Centro Jonas Pesaro insieme ad ALIPSI (Associazione lacaniana italiana di psiconalisi). “La serie tv è la più ricca forma d’arte contemporanea. È capace di intercettare ricordi, aspettative e desideri conformi all’attualità”. Così Elisa Pierantoni, diplomata in sceneggiatura e regia, apre il dibattito, aperto anche agli spettatori, circa l’abuso del materiale visivo, legato a doppio nodo alle nuove piattaforme streaming (vedi Netflix, da cui è prodotta la terza stagione di Black Mirror) che consentono di trangugiare un prodotto tutto d’un fiato bypassando i vincoli di palinsesto 1.0. Il termine binge watching, ibrido linguistico traslato dal manuale di psichiatria e riferito ad episodi di abuso alimentare, si presta eccezionalmente quando parliamo di nuove forme di fruizione, in particolare tra le nuove generazioni. Pierantoni parte dalla differenza tra serial e serie, evidenziando come confezione e contenuti della prima, espresse in primis dalla telenovela, non prestassero troppa attenzione alle linee narrative o alla consecutio; in effetti si poteva saltare un episodio, anche più di uno, per poi riprendere il prodotto, rassicurati della cura che l’emittente riservava a distratti e assenti . L’ironia ha voluto che fosse la Endemol, famosa per la produzione di reality come X Factor, a capovolgere lo standard seriale e ad affidarsi al britannico Charlie Brooker nella costruzione della cupa distopia di Black Mirror. Oltre ad un breve excursus circa numero di episodi, stagioni, trame e particolarità: serie antologica, certo, ma addirittura ogni episodio è uno standalone, Pierantoni si sofferma sulla scelta del titolo e i suoi echi post moderni. Anzitutto il richiamo allo Specchio delle Brame di Biancaneve e poi allo Specchio Claude, un dispositivo in voga tra il ‘700-800 fra pittori e viaggiatori: specchietti convessi, tascabili, usati per visualizzare i paesaggi. Tuttavia la prospettiva era distorta, proprio come la speranza intrinseca nelle nuove tecnologie “immaginate” da Black Mirror, perché gran parte dell’immagine, e naturalmente il dettaglio, era confinata al buio pesto del fuoricampo.

Is it the future or is it the past?”. Marco Lazzarotto Muratori, psichiatra, Black_Mirror_Pesaropsicoterapeuta e socio Jonas, parte dallo slogan della terza stagione di Twin Peaks per delineare la psicologia dei personaggi popolanti la serie di Brooker; tutti, a suo avviso, provvisti di caratteristiche simili e soprattutto essenziali  per la partecipazione al prodotto. “Black Mirror immagina situazioni che forse noi stessi abbiamo immaginato. Ci sono degli elementi che caratterizzano i protagonisti, senza i quali la serie non avrebbe potuto spiccare il volo. Anzitutto l’incapacità di tollerare il limite, il no. Si prenda ad emblema l’episodio Torna da me in cui la protagonista non è in grado di abbracciare la morte del suo compagno, non può soccombere all’incalzare del tempo”. Su tale scia, Muratori apre una parentesi sulla caterva di film supereroistici che ingolfano le programmazioni dei cinema, e la loro funzione di catarsi rispetto ad un’umanità per forza di cosa fallace e limitata. “Poi c’è il tema della popolarità, collegato all’importanza della reputazione. Basti pensare al primo episodio della terza stagione, Caduta Libera, dove un benessere, un po’ sopra le righe, dipende da like e consensi. Uno studio ha dimostrato che il gradimento sui social genera una particolare attività neurosinaptica, per cui siamo destinati a chiederne e ricercane sempre di più. Passiamo poi alla paranoia: il soggetto odierno, nonché il prossimo futuro, deve avere tutto sotto controllo. Non può rinunciare e perdersi praticamente nulla. E proprio grazie alla tecnologia, lui/lei si assicura che non ci siano zone d’ombra, tracciati impercorribili o nascosti. C’è poi il focus sull’omogeneità: i protagonisti di Black Mirror si assomigliano, sono omogenei. Il futuro non può e non deve essere il luogo delle differenze. I non conformi (i Divergenti, richiamando un popolare franchise basato sulla distopia, ndr) vanno messi in quarantena. E per ultimo, ma non meno importante, il tema della perfezione”. Su questo, Muratori cita l’episodio Ricordi Pericolosi, terzo della prima tornata, in cui gli esseri umani possono usufruire di un dispositivo, impiantato sul collo e collegato ad uno scanner retinico, in grado di registrare l’intera attività quotidiana. E proprio quest’aggeggio conferma l’attualità di Black Mirror: la fonte narrativa è in effetti uno strumento già inventato qualche anno fa dalla Sony e capace di attivare dei sensori su base algoritmica.