#Biografilm2017 – Incontro con Eleanor Coppola

Eleanor Coppola è una donna di ottantuno anni, minuta, dai corti capelli bianchi, che cammina adagio, un po’ ciondolante, e che è sempre vissuta, anche artisticamente, all’ombra non solo dell’ingombrante marito – quel Francis Ford che ha messo tutti d’accordo con The Godfather e Apocalypse Now – ma all’ombra della famiglia tutta. Che può contare, oggi, venti membri nel mondo del cinema. Ma non è mai troppo tardi per girare, in proprio, una commedia: così Eleanor, nel pieno della vecchiaia, impugna la camera e firma in ventotto giorni, con Diane Lane e Alec Baldwin, il dolce Paris can wait, quando in passato si era cimentata solo nel documentario, che è “più nella mia natura, perché sono un’osservatrice”.
È la prima volta che visita Bologna, o che assaggia la cucina emiliana. Al pubblico della Cineteca, Eleanor ammette che conosce la città solo per i racconti del marito, o perché ha sentito dire che la prima università europea è nata sotto le torri. Poi entra nel merito del suo ultimo lavoro, e non solo.“Questo film, con il quale non voglio aprire o chiudere una carriera, è stato una svolta, per me. Amo sfidare le mie stesse paure, e volevo sentirmi libera, facendo una cosa nuova nella vita, seguendo una passione che si accende, una spinta, una vocazione”. Così afferma, sincera. E con altrettanta onestà e senza imbarazzo confessa, subito dopo, di non essere una grande cinefila, perché preferisce leggere, e lasciare che la fantasia formuli immagini, più che vederle su uno schermo.

Sembra inaccettabile che la moglie di Coppola non sia una grande appassionata di cinema (“invece Francis è un profondo esperto di ogni epoca della storia del cinema, può parlarne con grande dimestichezza”), ma in verità Eleanor sa farsi ammaliare da quelle pellicole che, visivamente, hanno qualcosa di diverso, di significativo. Cita così, inaspettatamente, due scene, due film, per lei fonti di ispirazione: In the mood for love in primis, il gioiello di Wong Kar-wai agli albori del terzo millennio (“ho ancora impressa l’immagine dell’abito di lei che si armonizza perfettamente con la carta da parati sui muri”). E ancora, in questa ricercatezza cromatica e di riverberi, ricorda la grazia di Stefania Sandrelli ne Il conformista di Bertolucci, seduta sul sofà, con la luce che filtra dalle tapparelle.
Alla domanda su quanta autobiografia si celi in Paris can wait, la Coppola riconosce che, soprattutto nel personaggio di Diane Lane (“una donna come tante altre e in cui ogni donna piò identificarsi”), c’è qualcosa di lei: quando spuntano fotografie di dettagli, ed Eleanor ama immortalare minuzie, o quando i due personaggi visitano un museo di tessuti, dei quali la Coppola è appassionata.
A proposito di tessuti, c’è la nostra Milena Canonero ai costumi, già quattro volte premio Oscar. “La conosco da quando Francis si servì del suo aiuto in Cotton Club. Ricordo che mia figlia Sofia, all’epoca, aveva dodici anni, e dopo scuola la portavo nel posto in cui progettavano i costumi del film: ne era affascinata”. E così, dopo averla lodata per semplicità ed eleganza, Eleanor narra altre curiosità sulla meticolosità della Canonero: i personaggi, in Paris can wait, si cambiano pochissimo (Alec Baldwin è vestito sempre uguale), ma, della gonna blu scelta per Diane Lane, Milena aveva elaborato sessanta diversi esemplari, nel suo atelier di Parigi, scegliendo poi il più idoneo.

Si finisce, infine, con qualche accenno alla quotidianità privata con il mitologico Francis. Com’è vivere con un uomo così famoso e importante? “Per me è una persona normale. Mi ricordo che è celebre solo quando lo fermano per strada per un autografo o per scattare una fotografia. È estremamente intelligente. E al mattino, mentre beviamo il caffè, mi rendo conto che, almeno nel Nord California, non esiste altra persona con la quale potrei fare certi discorsi”.
Insomma, all’ombra che ingombra non si sta poi tanto male. Si è al fresco, quantomeno, e ogni tanto si può girare una commedia. Al sole parigino.

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