Blog ILCIOTTASILVESTRI – Ornette: Made in America. Nei cinema meno pigri d’Italia il capolavoro di Shirley Clarke

di Roberto Silvestri

Ornette: Made in America. Non è un documentario. Shirley Clarke (1919-1997) non ha mai fatto documentari. Nè un blockbuster, quel film di studio basato su ciò che i produttori pensano che il pubblico voglia vedere. Ma è un viaggio visionario libertario del terzo tipo….Non mancatelo questa sera lunedì 26 febbraio all’Apollo 11 (o domani alle 19) . Era un gioiello introvabile. Anche perché. Dove certe profezie di Antonin Artaud a proposito del “corpo senza organi” trovano una inquietante verifica lo scopriremo vedendolo.
E quando la pellicola, poi, costò troppo, Shirley Clarke passò al più economico video. Esempio per tutti di come essere una film maker totalmente sincera e inguaribilmente indipendente.

Shirley Clarke e Ornette Coleman

Shirley Clarke e Ornette Coleman

La realtà non parla mai da sola, di per sé, va riplasmata  e interrogata senza la scorciatoia lineare del ritmo aristotelico (un inizio, una metà, una fine) e senza alcun rispetto per le simbologie dominanti, grazie a un punto di vista perentorio, “sessuato” e critico. La scelta di quel tempo-spazio da interrogare, e non un altro, è già punto di vista politico. Maya Deren l’avrebbe chiamato “montaggio verticale” di un corpo nella storia e di una storia in un corpo. Se no come catturare l’anima profonda delle cose vere, del movimento tempo-spazio, conscio-inconscio? Una differente percezione del vedere che, non a caso, fu ignorata, cancellata, trascurata, disprezzata a lungo. Dalla critica, dalle storie del cinema. Dai festival. 

Dentro un’opera d’arte al neon, di Rudy Stern

Dopo l’anteprima milanese a Filmmaker la casa di distribuzione Reading Bloom, fondata nel 2016 da Maria Letizia Gatti inaugura a Roma, all’Apollo 11, lunedì 26 febbraio 2018, e speriamo che la neve non rovini tutto, la distribuzione nelle sale “attive” del nostro circuito di questo bellissimo e ever green film del 1985, a lungo invisibile, ma importante per la storia del jazz radicale e del cinema indipendente newyorkese. E in particolare di una sua feconda ramificazione femminista, che, a stretto contatto con la new dance, con il poderoso movimento di liberazione dei corpi dalla schiavitù puritana, e con l’affermazione dell’assoluta libertà creativa da salvaguardare a tutti i costi, ha sperimentato una estetica, né hollywoodiana né underground, ma neppure di inerte subalternità rispetto  alle esperienze, a volte dogmatiche, del “cinema verità” e della scuola documentaristica di Manhattan (Cassavetes, Leacock, Pennebaker…). “Giri per dodici giorni, poi monti il tutto cercando di evidenziare nelle due ore finali i punti climax. Io no. Teorizzo di non tagliare mai i cosiddetti tempi morti, o le parti considerate noiose. Certo quando si gira in tempo reale, come ha fatto in Portrait of Jason, nel 1967, ho ripreso per quattro ore in tutto, ma le due ore in più erano di stop per problemi tecnici legati ai cambi di pellicola”. Siamo giù alla nozione di tempo reale come vero protagonista della fiction, pratica che Chantal Akerman e Alberto Grifi radicalizzeranno più tardi.

con William Buroughs

E’ il filo rosso che unisce alcune filmaker innovative dell’immediato secondo dopoguerra, Maya Deren, Yvonne Rainer, Marie Mencken e Mary Ellen Bute che invece va riaperto attraverso Shirley Clarke, cineasta dal tocco magico, adorata sia da Jonas Mekas per la sua coerenza artistica che da Frederick Wiseman per i suo talento visionario.
Uno dei suoi quattro lungometraggi, The Cool World, del 1963, fu appunto prodotto proprio dal grande documentarista. Ma gli altri tre presto li rivedremo, grazie a Reading Bloom, assieme ai suoi corti strepitosi, e sul grande schermo: The Connection (1961), Portrait of Jason (1967) e Ornette: Made in America. In effetti non c’è nicchia o tendenza dentro cui possiamo rinchiudere Shirley Clarke e i suoi lavori, a cominciare dal primo corto teorico, A dance in the Sun (1953) con il ballerino in azione scenica che rompe però il diaframma tra studio, interno, e spazio esterno perché il suo corpo, nella danza diventa altro da sé, vicino al pianoforte o tra le dune e sulla battigia. E Bridges-Go-Round (1958) commissionatole dalla capitale belga per l’esposizione universale, in cui anche i ponti di ferro di Brooklyn imparano a ballare e pezzi di Manhattan in sovrimpressione volano sulla metropoli come se fossero gigantesche astronavi (Spielberg deve averlo visto prima di Incontri ravvicinati del primo tipo). Nel 1959 Skyscaper vince il primo premio alla Mostra di Venezia. E The Connnection nel 1961 il premio della critica a Cannes.  Altro che argomenti tipicamente femminili: riprese a Harlem, set reali, gente vera, drogati di eroina assuefatti all’ultimo stadio. Per non parlare di The Cool World del 1963, che sicuramente è tra i preferiti di Kathryn Bigelow (che l’ha studiata a lungo), arma di combattimento del movimento per i diritti civili degli African American.

Shirley Clarke: in arrivo la sua personale completa

Ornette: Made in America, un titolo tra sarcasmo e oggettività, è il ritratto a tutto tondo di Ornette Coleman, il compositore e strumentista texano che rivoluzionò la storia della musica contemporanea, non solo african-american, aprendo negli anni 50, sul solco di Charlie Parker, la deviazione “free” al jazz, critica al manierismo hard bop e apertura fertile  alle ricerche più sperimentali della musica contemporanea post-weberniana. Nel 1960, assieme a Eric Dolphy, Archie Shepp e Don Cherry, Ornette Coleman organizzò un “Salone degli Esclusi”, sul modello dei pittori impressionisti francesi, aprendo quella lunga scia dei contro festival vitali proprio a Newport, e trascinandosi dietro Coltrane, Mingus e Cecil Taylor. Come la Slamdance farò contro il devitalizzato Sundance. Come si dovrebbe fare oggi a Cannes….
La sua teoria musicale, di cui si accenna nel film, l’armolodia, cerca di liberare il brano musicale da qualsiasi centro tonale, e dunque ha legami con la dodecafonia, permettendo progressioni armoniche indipendenti dalle tradizionali alternanze di tensione e riequilibrio. Armonia, movimento dei suoni e melodia hanno la stessa importanza. L’effetto di insieme non è costretto da limitazioni tonali, schemi ritmici o regole armoniche. Piuttosto la nuova dissonanza si basa sulla struttura creata della comprensione inconscia o istintiva dei singoli membri della band che entrano con il loro strumento nello stesso istante, senza alcun ordine preventivo.

Bridges-Go-Round di Shirley Clarke

Questo bio-film è anomalo non perché utilizza, come altri crito-film (in questo caso il film-saggio è sul jazz) solo autoconfessioni intime dell’alto sassofonista e pluristumentista dal virtuosismo impareggiabile; concerti storici; prove; interviste; materiali di repertorio; analisi critiche; sequenze da home movies; scene ambientate negli anni trenta e ricostruite; documentazioni di reading mozzafiato (il suo amico William Burroughs ci spiega come diventare “dio”, tutti noi); chiacchierate con il figlio Denardo, undicenne batterista talentuoso, e già al suo fianco sul palco, tra la perplessità di chi non ama parentopoli; interessanti interventi di colleghi e parenti sulla personalità e sulla musica di Ornette. L’anomalia è di stile, per il continuo inserts di materiale “incongruo” nelle trame d’attacco del film: lo sperimento di musica via satellite che ha collegato musicisti che suonavano al Trade World Center (già, si vedono proprio i grattacieli ridotti in briciole) e strumentisti di Harlem; qualche improvvisazione fuori tema come le riprese di un gruppo di cowboy che promuovono per strada uno spettacolo cittadino; l’artista Rudy Stern, e i suoi lavori geometrici al neon; le sculture di William King prestata dai musei e inserite negli spazi metropolitani più degradati; i titoli di testa del film, molto originali, che utilizzano i display cittadini per le ultime motizie; le immagini corpose di Edward Lachman (che sarà il sofisticato scultore delle luci di Todd Haynes e Todd Solondz); l’inaspettata canzone sui titoli di coda di Mari Okubio (“Friends and Neihbors”); giochi ottici di sovrimpressione, scie di colori, solarizzazioni, decolorizzazioni o ritmica visiva incantata dal drumming e lucidamente dada; il variare dei supporti e della grana visiva, tra calda pellicola e video elettronico, perché il film, cominciato nella metà degli anni 60 grazie alla comune amicizia di Yoko Ono, è stato completato solo nel 1983, quando la città natale di Coleman, Forth Worth, consegnò all’illustre concittadino le chiavi della città e consacrò il 29 settembre “Coleman’s Day”, in occasione dell’ esecuzione di Skies of America, partitura ambiziosa per grande orchestra e jazz combo, la sua formazione elettronica Prime Time, per la precisione, collusione non sempre fluida e volutamente bipolare tra complesso classico d’archi e spigolosa struttura improvvisata.
L’esecuzione di questa opera ci accompagnerà per l’intero film, anche se non mancheranno i flash su alcuni dei grandi concerti di Ornette, con o senza la sua formazione-tipo con Don Cherry, Ed Blackwell, Charlie Haden o David Izenson, a New York, San Francisco, Milano, in Nigeria o a Jajouka in Marocco, mentre i colleghi bianchi George Palmer e George Russell spiegano ai profani alcuni segreti per comprendere quell’ineguagliabile e inconfondibile sound, estraneo a ogni seduzione spettacolare. “Il cuore – spiega Russell – è la più alta forma di intelligenza dei tre mondi. E’ la sua tecnologia” (aggiungo ngerei non solo nei tre mondi). E, ricorrendo all’eroe riconosciuto di Coleman, Buckminster Fuller, ci spiegano che la struttura architettonica delle sue composizioni si basa molto sulla teoria delle cupole geodetiche di Fuller. Macrostrutture che sostengono e assorbono qualunque improvvisazione avulsa. In fondo Coleman voleva essere prima di tutto un architetto e poi un neurologo. Ma non avendo i soldi per l’università ha fatto architettura e neurologia attraverso la musica.

Con John Giordano, il direttore d’orchestra di Skies of America a Worth Worth (29 settembre 1983)

Che l’altro illustre cittadino della città sia stato Curtis King, che aveva trovato la ricchezza a New York e lo introdusse al jazzclub Five Spot, e un astronauta, Alan Bean, non è informazione gratuita, perché secondo Ornette non c’è un sopra e un sotto, un paradiso e un inferno, ma solo un dentro e un fuori. E se l’arte non riesce a spedirci fuori di noi, c’è sempre l’astronautica che può produrre l’estasi. Oppure, in una zona degradata di Harlem, fondare come fece Ornette, un centro multidisciplinare per giovani ragazzi esposti alla criminalità dove si insegna la musica ma anche architettura, scienza, teatro e altre arti. E’ stato il suo grande sogno. E ha rimediato, per portarlo avanti, ben due aggressioni a mano armata che potevano finire ancora più tragicamente. L’arte è pericolosissima, come sanno bene a Gaza e nei territori occupati i palestinesi.

“Quello  che davvero mi spinge a suonare è quando sento un singolo schema di pensiero che collocato in un certo ambiente – spiega al figlio a un certo punto –  fa emergere qualcosa che non è la cosa ovvia che fanno tutti” . Frase che completerà così: “Una volta a New Orleans stavo suonando in una chiesa afroamericano di quelle che hanno inevitabilmente il piano scordato e produce note assurde, che non esistono. Ho portato il mio sassofono in quella chiesa e ho suonato come suono di solito come risultati straordinari. Nelle registrazioni di Jajouka in Marocco che Palmer mi aveva portato, ho sentito la stessa qualità ma a un livello molto più alto che in una qualunque esperienza di tipo religioso. Era a un livello creativo altissimo, mentre la religione lavora solo sul livello emotivo. Quando ho sentito quel nastro ho detto a Palmer: voglio suonare in Marocco. Perché sapevo che sarei stato libero di suonare quel che mi passava per la testa e per il cuore, senza preoccuparmi di suonare bene o male, o correttamente.”

Ornette e Shirley

Nel film si sentono alcuni momenti di quel concerto di Jajouka , con 15 percussionisti e 15 suonatori di corno e cento uomini delle tribù vicine che erano scesi dalle colline e dormivano nelle tende. “Dico sempre a Bob Palmer che quando lo sento al clarinetto in quella occasione ho la sensazione che tutti i suoni  di quel momento attraversino il tuo strumento come una intensa palla di fuoco. E’ il pezzo più incredibile che abbia mai sentito in vita mia”.
Martin William, critico di jazz, spiega che Ornette è il più grande erede di Parker anche perché ha la giusta imboccatura dell’ancia, la stessa di Bird nel periodo più virtuosistico della sua breve carriera, quello finale. Molti hanno imitato Parker, inutilmente. Ma Ornette era inimitabile perché sempre un passo avanti a tutti. Un dio? Già. Ecco come si diventa dio, secondo Burroughs: “Bé. Per dirla in modo semplice facendo bene il proprio lavoro. Così si diventa il dio dei giocolieri e degli acrobati, delle vittorie improbabili, come il cavallo che parte ultimo e vince nel finale, come il pugile suonato che si rialza e vince ko., come il dio dei viaggiatori nello spazio del futuro, che sono pronti a lasciarsi l’intera umanità alle spalle per fare un passo nell’ignoto. Bé ogni uomo è un dio se ne ha i requisiti, non puoi diventare un dio di niente se non puoi farcela, per l’amor di dio, la felicità è un sottoprodotto dello scopo e coloro che cercano la felicità fine a se stessa cercano una vittoria senza guerra, ed è questa la falla di ogni utopia, e sicuramente il Paradiso è una utopia terminale”.

 

Ornette: Made in America  verrà introdotto questa sera da Antonia Tessitore e Pino Saulo di Battiti/Radiotre. Poi sarà a Milano, al Beltrade dal 2 marzo; all’11° festival di cultura e musica jazz di Chiasso (l’11 marzo); al Museo nazionale del cinema di Torino e al Boldini Sounds Jazz di Ferrara il 27 marzo; all’Arsenale di Pisa il 30 aprile. The connection sarà a Ferrara il 17 aprile e poi a Genova, Teatro Altrove e a Chiasso in data da definire. Bridges-Go-Rounds e Brussels Loops con musica dal vivo di Maria Teresa Soldani e Roberto Paci D’Alò al Filmforum di Gorizia il 28 febbraio; a Cinemazero di Pordenone il 2 marzo e all’Arsenale il 17 maggio. Nel listino Reading Bloom (che collabora con Milestone Film, che distribuisce negli Usa i film di Shirley Clarke e Charles Burnett) oltre a Film di Samuel Beckett (con Buster Keaton) e Not-Film di Ross Lipman (che ha restaurato Ombre di John Cassavetes)  si prevede in autunno l’uscita dei film di Charles Burnett e della cosiddetta L.A. Rebellion (Larry Clark, Julie Dash, Haile Gerima, Alle Sharon Larkin, Billy Woodberry) e di Bruce Conner. Per informazioni www.readingboom.com