Cane mangia cane – Il regno animale di Edward Bunker

Cane mangia cane è il miglior romanzo mai scritto sulla rapina a mano armata.

James Ellroy

Non è un caso che il più grande scrittore noir vivente spenda queste parole per il romanzo del collega Edward Bunker. A sentirsi dare del “maestro”, lo scrittore californiano, famoso per essere stato il più giovane detenuto della storia di San Quentin, avrebbe sfoggiato il suo ghigno peggiore. E’ impossibile, però, negare che Bunker sia riuscito, come pochi altri, a trasformare i tumulti di una vita in Letteratura. La parabola dell’uomo, raccontata nella struggente autobiografia Educazione di una canaglia, è l’avventura di chi è riuscito, contro tutto e tutti, a sovvertire un destino già scritto, a incanalare la rabbia nella parola. Come pochi altri, Henri Charrière di Papillon o il nostro Massimo Carlotto (al netto, ovviamente, della diversa storia giudiziaria), Bunker ha reso la prigionia uno stato letterario definito e dettagliato e, soprattutto, ha mostrato la vita del detenuto nella sua disarmante concretezza quotidiana, senza rancore o pietismo. Il suo lavoro narrativo, la sapiente tessitura tra ricordo personale e invenzione letteraria, ha permesso a milioni di lettori di vivere la non-vita del carcere, a immedesimarsi nelle disgrazie di questi “animali” in cattività.

Graziebunker alla sua lucidità, l’impatto di Bunker nella storia letteraria e nell’immaginario americano è stato decisivo. Adorato da Dustin Hoffman e Robert De Niro, chiamato a collaborare ai propri film da Michael Mann (che dopo aver lavorato alla sceneggiatura di Vigilato speciale, tratto da Come una bestia feroce di Bunker, in un carcere deciderà di ambientare il proprio esordio da regista) e da Quentin Tarantino, Bunker, cosi, diventa l’artefice di traiettorie su cui si è mossa l’industria narrativa americana negli ultimi decenni. Senza romanzi come Animal Factory e Little Boy Blue l’enorme fenomeno televisivo di Orange Is the New Black (o in passato anche gli altrettanto fortunati Oz e Sons of Anarchy) non sarebbe esistito, privato di modello fondamentale, di una traccia chiara dove l’aderenza maniacale alla realtà si fonde al genere puro, creando per la prima volta un canone narrativo-penitenziario ben specifico.

Dopo quasi due decenni di epigoni e derivati (il film Animal Factory di Steve Buscemi è del 2000) l’iniziativa di Paul Schrader di ridare voce all’originale, di portare sullo schermo il verbo di Bunker, ha così,  allo stesso tempo, il gusto della riscoperta storica (il ritorno alla fonte primaria) e della rivoluzione espressiva. La scelta di rendere visibili/tangibili le disavventure folli del carismatico Troy, del massiccio Diesel e del folle Mad Dog, eroi bastardi dell’esplosivo Cane mangia cane è il tassello perfetto del cammino registico di Schrader, ben sostenuto dalla scelta di un cast che vede, oltre all’ennesima interpretazione borderline di Nicolas Cage, la prova muscolare di Willem Dafoe, volto bunkeriano e anti-star lunare, capace di rappresentare l’idea di cinematografia sempre in direzione ostinata e contraria.

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Cane mangia cane, a differenza delle altre opere, sembra tenere il Carcere in disparte. Questa marginalizzazione, però, è solo apparente, poiché la storia del libro/film non è altro cane mangia cane dafoeche l’ovvio capitolo finale del discorso di Bunker. La Galera, infatti, detiene un ruolo simbolico e organico decisivo nei destini dei tre protagonisti. L’impossibile reinserimento di Troy nel mondo (criminale o onesto non ha importanza) è il naturale esito di un fallimento annunciato. I protagonisti di Bunker non trovano redenzione perché, di fronte ai rifiuti disgustati della società, è impossibile raggiungerla.  Corpi estranei al mondo civile, al crimine organizzato, alla comunità, Troy e i suoi soci sono simboli di un sistema che spinge chi è marchiato dalla lettera scarlatta della detenzione al fine pena mai. Immaginandoci l’intera opera dell’autore come un percorso, una catena di montaggio, i piccoli ragazzi blu di Bunker non possono che uscire come bestie feroci da quella fabbrica di animali che è la prigione. Chi esce da lì non può che vivere in un costante stato d’agitazione violenta, seguendo solo la legge della giungla nel nostro regno animale. Cane mangia cane, dunque, è semplicemente il punto di un percorso pluriennale, l’ultimo passo espositivo di una battaglia narrativa/politica che qui trova la sua più cruda e violenta affermazione. Bunker narra, ricorda e crea, in un impegno che è accusa politica e commovente messa a nudo.

In Italia il dibattito sull’istituzione penitenziaria, sul suo senso sociale, sui suoi obiettivi morali, raggiunge spesso degradanti picchi di squallore. Schiacciato da un cieco populismo giustizialista generalizzato, il contesto culturale è segnato e chi “osa” parlare di rieducazione dei detenuti, di diritti umani o di mettere in discussione l’ergastolo non può che essere stigmatizzato. Proprio in questa situazione i libri e l’esempio umano di Bunker rivestono il proprio ruolo. La sua parola immediata, le sue immagini ricche di rabbia e compassione, al di là della perfetta funzione d’intrattenimento, possiedono una forza morale e politica che,  come in una nevrotica rivisitazione nera di Cesare Beccaria, colpisce più di qualsiasi appello o trattato sociologico.