CANNES 60 – "Secret Sunshine", di Lee Chang-dong (Concorso)

Il mélo straziante di Lee Chang-dong In Secret Sunshine c'è una sensibilità straordinaria nel filmare il lutto. Non la sua rimozione ma proprio la fatica fisica di conviverci, di dover e voler abitare con i propri fantasmi. Del resto le qualità del cineasta coreano si erano già viste con Oasis (2002) ma con quest'ultima pellicola esplodono in un'opera di vibrante intensità, una delle più belle del concorso.

Una giovane donna, Sin-ae, si trasferisce con il figlio Jun a Miryang, città natale del suo defunto marito. Cerca di ambientarsi nel luogo e di ricominciare una nuova vita. Un altro evento tragico però è dietro l'angolo. Suo figlio verrà infatti rapito facendola piombare nella disperazione.

Secret Sunshine, dunque, "sole segreto", nascosto, che descrive i momenti di intimità familiare e complicità tra madre e bambino come se si trattasse di un film di Yasujiro Ozu. La macchina da presa di Lee Chang-dong sembra osservare questa quotidianità dall'esterno, ma poi i corpi entrano prepotentemente in gioco nel momento in cui prende forma la tragedia. Nella scena del ritrovamento del corpo del bambino, il regista coreano osserva da lontano, non da risposte. Si vede Sin-ae che si avvicina per riconoscere il cadavere. Dall'immagine successiva si entra in un vortice infinito di stati d'animo che frantumano quasi l'immagine, rompono la barriera dello schermo cinematografico per come arrivano dirette: desiderio d'isolamento totale, esaltazione religiosa con le riunioni con i fedeli, follia devastante.

Lee Chang-dong segue questo percorso altalenante, a questo punto da un'angolazione soggettiva. Dall'apparente impassibilità prima del rapimento, Secret Sunshine entra progressivamente in un vortice abissale: la scena della consegna dei soldi per il riscatto, la sua camminata ondeggiante in mezzo la strada dove si manifestano gli impulsi suicidi.

Ma la pellicola, nella sua totale assenza di speranza, riesce anche a comunicare il contrastato rapporto con la fede, mostrando le cerimonie religiose come luoghi in cui 'credere in Dio' può essere anche sinonimo di fanatismo e che hanno anche un impatto emotivo degno di un grande musical. Questa ambiguità si rivela soprattutto nel sublime momento dell'incontro della protagonista con l'assassino del figlio. A dividerli c'è il vetro del parlatorio. Lei è lì per perdonarlo. Il criminale però le dice che lui ha raggiunto la serenità perché già Dio l'ha perdonato. Da quel momento quelle certezze che sembravano ritrovate nella donna, si perdono. E Secret Sunshine materializza le 'vertigini della pazzia' con una fisicità opprimente che prende al corpo e alla testa. La macchina da presa distrugge lo spazio ad ogni passaggio del corpo di Sin-ae, interpretata da una devastante Jeon Do-jeon che è stata premiata come miglior attrice.