#Cannes2017 – Barbara, di Mathieu Amalric

Tracce sparse di un biopic. Ancora da girare e da montare. Forse ancora da scrivere, addirittura. Certo, ci sono le canzoni di Barbara, la grande, affascinante, misteriosa cantante e autrice scomparsa esattamente vent’anni fa. Quelle parole e quelle note sì che stanno là, ferme, scritte e suonate, arrangiate e registrate. Stanno là come fossero pietre, mattoni, segnali sicuri di percorso. E poi ci sono le immagini di repertorio, le apparizioni televisive… e i film, Franz, di e con Jacques Brel, con quella folle corsa finale sulla spiaggia, con la macchina a vela.

Ma l’archivio non è come la pietra o il cemento, non è come cosa solida che, seppur soggetta alla consunzione, all’ingiuria degli anni, mantiene pressoché intatta la sua forma. Perché, nel momento in cui fuoriescono dai loro supporti fisici, le canzoni, i suoni, le immagini seguono la mutevolezza delle percezioni e delle emozioni. Hanno, per forza, la precarietà del movimento e del cambiamento.

 

barbara1Amalric, o meglio il suo personaggio, Yves Zand, guarda estasiato le immagini di Barbara che si confondono e si intrecciano con quelle di Brigitte o, magari, di Jeanne Balibar. Sorride e ha gli occhi pieni di lacrime, mentre il fascio di luce che esce dalla cabina di proiezione gli accarezza la testa, bagnando e sommergendo i contorni, sfumando le linee di demarcazione, i confini. Sì, in fondo il cinema può anche indovinare le forme mangiando i contorni, lavorando sui margini equivoci, indefiniti. La luce è scolpita nel buio. Del resto è così che Pedro Costa mostrava Jeanne Balibar in Ne change rien. Seguiva le sue canzoni e le sue prove, come tracce, illuminazioni che sorgevano dall’indistinzione del nero. Per Amalric questo indistinto è nella polvere che sta ai margini dello spettacolo, del palco o della scena. E che pure attraversa ogni inquadratura, modificandone l’umore, il tono, la stessa struttura visiva dell’immagine. E il suo “biopic” sembra esser fatto a scaglie, per progressivi strati di pelle che però non chiudono mai, non rimarginano le aperture, che stanno lì come bellissime ferite, cicatrici insanabili. Il film nel film, la struttura di rimandi, di sdoppiamenti e riavvolgimenti, il girato che si mescola al repertorio e lo scompagina: c’è un gran lavoro di scrittura e pensiero, dietro Barbara, portato avanti da Amalric e dal compagno di avventure Philippe Di Folco con la solita predilezione per le strade più impervie e il rischio della deriva. Ma è un lavoro che non conclude, un cantiere aperto, in cui ogni elemento è ancora fuori asse, non rifinito, mente l’intelligenza si annulla in un’emozione purissima, quasi brutale.

 

barbara2C’è Barbara, ovviamente, che emerge per lampi, piccole scene giustapposte: i concerti, gli addii, il tentativo di suicidio mentre un giornale che cade a terra racconta la morte di Brel, gli ultimi anni di carriera… Ma questa Barbara non è, a pieno, né il personaggio che viene fuori dai documenti d’archivio né quello ricostruito dal film di Yves Zand (quel quadro non era là…) e incarnato da Brigitte. È solo un tentativo, un’ipotesi, che svela tutta l’ossessione di un’attrice e di un autore colti nella sera della prima, alle prese con la continua e improba sfida dell’interpretazione e delle storie… ma, oltre Yves, oltre Brigitte, oltre questo secondo livello, ancora scritto, ancora pensato, il gioco di scatole cinesi si apre, si sfalda, svelando sul fondo le tracce del vissuto, l’urgenza personale di una confessione, di un ricordo, di una frase. Quando Brigitte chiede a Yves se per caso non stia facendo un film su se stesso piuttosto che su Barbara, lui non può che rispondere “che differenza c’è?”. Ed è, ovviamente, Amalric a rispondere, ad affermare la necessità di una presenza, appena nascosta dalla maschera del personaggio, da quel cognome materno, Zand, già preso a prestito dal disastrato impresario di Tournée.

Sì, Amalric assomiglia sempre più a Cassavetes, per il modo in cui lascia emergere la verità dell’intimo oltre le mille approssimazioni della finzione. Ma cerca la vita all’interno stesso del quadro, senza necessariamente forzarne i limiti. Per lui è questione di prospettiva più che di durata, di gradazione più che di intensità. Amalric sta ai margini, ai lati del palco e, tra le luci delle quinte, osserva la sua compagna di una volta, Jeanne Balibar (le ho dato un bacio una volta…), inseguendone tutta la luce, la lumière, come un tempo tra le strade di Trieste. Mentre Barbara, la “vera” Barbara, diventa un po’ come il Bobi Wohler de Lo stade de Wimbledon. È in fondo inconoscibile, un personaggio misterioso, che vale come una traccia, l’inizio di un percorso in cui la ricerca diventa espressione e la storia romanzo. Seguendo il sentiero, si torna a sé, al proprio cuore. L’unica verità che si potrebbe sfiorare, in fondo.