#Cannes2017 – Blade of the Immortal, di Takashi Miike

Arrivati quasi alle soglie del centesimo film in carriera (ma quanti saranno veramente? In fondo chi riesce a “ordinarli” tutti e sul serio?) c’è ben poco altro da scrivere su Takashi Miike. Un regista che ci ha regalato decadi di cinema purissimo distillato in storie, generi, rivisitazioni, sperimentazioni narrative e/o visive, trasformando ogni suo film in immaginario-autonomo, esperienza spettatoriale che vale di per se stessa al di la del tassello contingente (l’esperienza-Miike di cui Sergio parlava qualche Cannes fa), e per questo difficilmente riassumibile. Proviamo: Blade of the Immortal è l’adattamento dell’omonimo manga di Hiroaki Samura, ambientato nel Giappone feudale dello shogunato Tokugawa, epoca di ricchi padroni e fedeli samurai. Il giovane Manji dopo un ferocissimo scontro dove uccide ben cento uomini di una famiglia rivale (perdendo anche l’amatissima sorella) acquista il dono dell’immortalità da una misteriosa anziana. Attraversa il tempo e la memoria come in una paradossale maledizione, perché affezionarsi a qualcuno significa gioco forza diventare uno Yojimbo: una guardia del corpo che combatte a oltranza, ancora e ancora, senza tregua.

Inutile dire quanto Miike sia consapevole di affondare la sua lama nella memoria del cinema di Akira Kurosawa (in infinite sfide del samurai, appunto), ma come al solito ha la sublime intelligenza di non prendersi mai troppo sul serio, dissacrando ogni santino preconfezionato e omaggiando i classici nipponici con impareggiabile levità. Impastando bianco e nero e colore, azione improvvisa e tempi dilatati, corpi martoriati e poi ricomposti, reiterazioni narrative e ironia sempre sotto-lama, litri di sangue e litri di lacrime, ecc, ecc, ecc…

2Insomma Miike disegna un’immortalità fatta solo di cinema. La grandezza di questo film sta proprio nel rimediare selvaggiamente registri e codici tradizionali (“la memoria è una maledizione…“) in un sovversivo e ricomponibile dispositivo narrativo che gira apparentemente a vuoto facendo balenare sentimenti purissimi e strazianti (imprevedibili assonanze con l’ultimo Logan di James Mangold), posti a distanza di un singolo frame da situazioni assurde e di irresistibile ironia (il gemello 13 Assassini è forse il referente più prossimo in tal senso). Lo spettatore è invitato a ri-attraversare autonomamente il mondo Miike e prendere ciò che vuole, ciò di cui ha più bisogno (dalle colte riflessioni di Izo alle immaginifiche desacralizzazioni di Dead or Alive), ossia il film che più gli aggrada. E questo è veramente un prilvilegio di pochi: la magnifica maledizione di un regista che non può essere altro che contemporaneo.

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