#Cannes2017 – Fortunata, di Sergio Castellitto

C’è tutto un mondo dentro Fortunata. Quello del cinema di Sergio Castellitto, al suo sesto lungometraggio dietro la macchina da presa, sospeso tra un cinema che vorrebbe seguire un impeto che è quasi una deriva da Bellocchio (da cui è stato diretto in L’ora di religione e Il regista di matrimoni) ma che sembra frenato da una scrittura molto spesso altisonante, che gli impedisce di decollare. Quello di Jasmine Trinca, che stavolta non agisce di sottrazione ma che, attraverso il make-up e la gestualità, sembra guardare a certi ruoli del cinema francese per diventare elemento attrattivo dell’inquadratura, con un personaggio forte, già caratterizzato dal suo nome nel titolo, che urla, sogna e si dispera, piange, fa l’amore, ama senza freni, quasi una mutazione che appare preparata nell’ombra dal film precedente del regista, Nessuno si salva da solo. E poi c’è quello di un certo cinema italiano. Che cerca una sua strada, una sua originalità. Un cinema di luoghi, di spazi, tra Roma e Genova, dove la città respira come nel primo film di Castellitto, Libero burro, e che si spinge per trovare continue via di fuga. Lo stesso cinema italiano che ha bisogno di riferimenti precisi dal passato a cui collegarsi. Come se fosse un dovere. Soprattutto per la stampa e i festival internazionali quando parlano del nostro cinema. Qui si avverte un’ombra un po’ più forte che è quella di Pasolini. Fortunata come Mamma Roma della Magnani. Dove ogni passaggio non può non attraversare i suoi occhi. Di sorpresa, gonfi, struccati. Ancora disperati. Un’altra ombra più interessante è quella di In Treatment, la popolare serie dove Castellitto interpreta lo psicoterapeuta Giovanni Mari, evidente nelle scene della sedute con Accorsi ma anche in un quadro clinico familiare dove emergono fratture e legami con un passato mai rimosso.

fortunata jasmine trinca nicole centanniFortunata lavora come parrucchiera a domicilio. Ha un ex-marito che continua a tormentarla e una figlia di 8 anni, Barbara. Ha un grande sogno nel cassetto: aprire un negozio tutto suo assieme al suo vicino di casa, Chicano, che conosce fin da quando era bambina. Non ha però fatto i conti con gli imprevisti della vita, come l’incontro con lo psicologo Patrizio.

Come Libero burro e La bellezza del somaro, anche Fortunata non è tratto da un romanzo di Margaret Mazzantini che è solo autrice della sceneggiatura. Che si sofferma sempre su dettagli per dare un respiro più ampio, per rendere il film più universale rispetto alla storia raccontata. C’è così l’immagine della periferia romana, l’integrazione (i cinesi che fanno ginnastica, la donna con il burqa), dialoghi come “Non sto male quando non mi ricordo, sto male quando mi ricordo” detto da Hanna Schygulla, un attrice sommersa dal passato da cui proviene il personaggio di Antigone, residuo ulteriore di un tassello sul mestiere dell’attore qui decisamente accessorio.

fortunata hanna schygulla alessandro borghiÈ un cinema che sbanda di continuo quello di Fortunata, ma che appare molto più vitale e libero degli ultimi due film di Castellitto, Venuto al mondo e Nessuno si salva da solo. Che non si ferma uno stacco prima, che prolunga di troppo anche una scena come lo sfogo di Accorsi. Ma ha un cuore grande così. Che regala, anche con eccessiva generosità, troppe scene a tutti ma in questo modo riesce a potenziare la bravura di Edoardo Pesce nei panni dell’ex-marito della protagonista e di Nicole Centanni in quello della figlia. Un cinema che è sempre sul punto di volare o di affondare. Che rischia di sbagliare il finale come nella scena dal commissariato ma che poi invece regala l’ultima impennata. Con Vivere di Vasco Rossi, una simbiosi tra il cineasta e il cantautore che sembra arrivare da Non ti muovere. E l’anima fragile del suo cinema riprende ad abbagliare. Sempre a intermittenza. Ma seguendo stavolta l’istinto.