#Cannes2017 – How to talk to girls at parties, di John Cameron Mitchell

Lo sfondo è new age. Abbiamo stelle di tanti diversi colori che si uniscono e separano come fossero spermatozoi pronti a fecondare. Poi di colpo finiamo quasi nel bel mezzo di un documentario di Julian Temple. Siamo infatti nella periferia di Londra nel 1977, l’anno dei Sex Pistols e dei Clash. La musica schizza a tutto volume mentre vediamo l’adolescente Enn cadere dal letto e uscire con i suoi amici per imbrattare muri e lanciarsi in bici a tutta velocitá nei vicoli della cittá. Finiscono prima in un locale underground gestito dalla matrigna della new punk generation, la conturbante ed eccessiva Boadicea (una Nicole Kidman irriconoscibile e in larga misura spiazzante) e poi in una festa in una casa “privata”, abitata da persone bizzarre, vestite in tute di lattex e capaci di emettere suoni stranianti. Il party si trasforma in un baccanale psichedelico che sembra quasi una costola del Rocky Horror Picture Show e prima di andarsene Enn interagisce con la bellezza di Zan, una giovane della comunitá (che ha le fattezze bellissime e virginali di Elle Fanning). Enn non capisce subito che quegli ospiti sono alieni che abitano corpi umani e hanno il culto del cannibalismo. Nonostante le ferree leggi extraterrestri che impediscono la “contaminazione”, lui e Zan avranno due giorni per stare insieme. I due ragazzi si innamoreranno e a modo loro daranno origine a una nuova generazione di alieni/umani. Ecco un film completamente squilibrato (musical, horror, coming of age) che puó irritare facilmente, ma che allo stesso tempo porta avanti una linea suggestiva e personale. Il punto di partenza e’ una graphic novel di Neil Gaiman pubblicata nel 2007. John Cameron Mitchell, qui anche cosceneggiatore insieme a Philippa Goslet, crede nella saturazione e nell’eccesso di immagini, rumori ed emozioni. Ricostruisce la scena punk dell’Inghilterra del ‘77 con abiti, poster, adesivi e vinili stridenti, ma strizza l’occhio anche al glam rock di Bowie e Brian Eno. È un cinema che non ha nulla a che fare con il rigore, insegue l’assembramento di pezzi e di forme diverse, eppure riesce a fuggire da ogni freddezza teorica e ad evitare pericolosi e noiosi citazionismi. La sua è una favola gotico/punk che racconta soprattutto il sogno della mescolanza tout court (corpi, stili, musiche, culture). La libertá sessuale degli anni 70 – appunto il modello Rocky Horror – ha lasciato il segno, ma quello di John Cameron Mitchell non è un omaggio all’eros (“il sesso e’ superato” dice a un certo punto il personaggio di Nicole Kidman) quanto soprattutto alla percezione e all’accoglienza dell’altro. E non sara’ un’esperienza estetica nuova, ma al termine del luna park esce fuori un sentimento.