#Cannes2017 – In the fade, di Fatih Akin

Chissá cosa avrebbe pensato Jonathan Demme di un film cosí scettico nei confronti della giustizia e della democrazia come questa ultima fatica firmata da Fatih Akin, tedesco nato ad Amburgo ma di chiare e collaudate origini turche. In the fade. Nella sfumatura, indica il titolo inglese. Anche se quello originale tedesco è completamente diverso e forse piú calzante: Aus Dem Nichts, dal nulla. In ogni caso di sfumature non ce ne sono poi cosí tante nella dolorosa vicenda che ha per protagonista la sempre brava (e bella) Diane Kruger. Lei – alle prese con il primo ruolo interamente recitato nella sua lingua madre – interpreta Katja, madre e moglie che un giorno all’improvviso si vede portar via per sempre marito turco e figlioletto da una bomba dell’estrema destra tedesca. La donna piomba nella disperazione e imbocca un tunnel che, forse, solo la giustizia puó lenire. Viene imputata una coppia di giovani fidanzati tedeschi filonazisti  – del resto siamo ad Amburgo, che non è solo la cittá natale del regista e sceneggiatore, ma anche il centro in Germania con il piú alto numero di immigrati, con relative recrudescenze intolleranti e razziste. Inizia il processo, ma le prove sono indiziarie e non sufficienti a una condanna. E allora in Katja scatta il dilemma: lasciare le cose come stanno e perdonare i colpevoli o vendicarsi per conto proprio?

Forse è inutile storcere la bocca di fronte a un cinema palesemente grezzo e semplicistico come quello di Fatih Akin. E sarebbe bello riuscire a rintracciare una qualunque idea di cinema e di sguardo che non sia una, stilisticamente confusa ma solida narrativamente parlando, intermediazione tra intrattenimento e impegno d’autore. Eppure ormai Akin – che da tempo ambisce a essere un autore hollywoodiano – lo conosciamo e qui, tra rallenti, effetti vertigo (o contro-zoom) sul volto della Kruger, scene madri di rabbia e disperazione, momenti (pochi) di sottrazione e flashback famigliari in video, fa di tutto per far immedesimare lo spettatore nella via crucis della protagonista. A sua volta il percorso di Katja diventa presto una metafora della societá occidentale nei confronti di ogni atto di violenza terroristica (islamica, nazionalista, e cosí via) e non solo. Il conflitto è quello che alberga in ognuno di noi di fronte all’uccisione di coloro che amiano. E a partire da questa idea il film diventa sia una sorta di racconto di “genere” con tanto di suspanse nei momenti chiave, sia un chiaro percorso tematico, con la netta divisione in tre capitoli: la famiglia, la giustizia, il mare. Alla fine la tesi di In the fade ci porta tutti a un punto di non ritorno. Per Fatih Akin nessuna parte e’ migliore dell’altra. Siamo tutti potenziali giustizieri e qui sarebbe il caso di fermarsi e discutere sull’ambiguitá e sull’onestá di un cinema che, a prescindere dalle sue qualitá narrative ed emotive (o forse proprio a causa di esse) ci appare sempre piú pericolosamente reazionario e sensazionalistico. Fatih Akin usa i sentimenti non per farli vivere ma per far esplodere… le persone! E qui si apre la discussione. È un cinema che per alcuni tiene incollato alla sedia e strappa l’applauso, ma sotto sotto nasconde un sentimento di chiusura nei confronti dell’altro e del mondo. Da guardare con sospetto. E qualche brivido.