#Cannes2017 – Jupiter’s Moon, di Kornél Mundruczó

Il cinema di Mundruczó ha sempre più la forma dell’apologo. Il racconto esce dai cardini del realismo e cerca l’allegoria, per smarcarsi dai limiti della contingenza e toccare la dimensione dell’universale. Già in Tender Son, ancor più in White God. E ora, in Jupiter’s Moon, questo modo di procedere è talmente evidente da mostrarsi in tutto lo scheletro, le nervature, i tessuti connettivi. In maniera addirittura didascalica. Già a cominciare dal nome, che rimanda a Europa, il satellite di Giove, che, ovviamente, è subito metafora del nostro continente. Ma se il punto di partenza sta nell’urgenza del presente – l’immigrazione clandestina, il giro di vite reazionario e nazionalista della politica ungherese, il terrorismo – ben presto il film si trasforma in una parabola sulle dinamiche della fede, sul suo senso profondo, sulla colpa e l’espiazione, sulla necessità di purificazione di un mondo sempre più caotico e indecifrabile. Mundruczó innalza la sua luna di Giove dall’attualità all’intuizione di una verità ulteriore. E la sceneggiatura di Kata Wéber prova a tradurre nella struttura lo stesso destino del giovane protagonista, Aryan, un clandestino, che, dopo esser stato colpito a morte dalla polizia che presidia il confine, scopre di saper volare. Da questo primo “miracolo” prende il via tutta una storia di poliziotti corrotti e vite allo sbando, che si muovono febbrilmente in una città sporca e oscura e in un tempo indefinito. Mentre un medico, il dottor Stern, che ormai vive nella più completa desolazione, decide di prendersi cura del giovane immigrato e cerca una via di riscatto.

 

jupiter's moon1Ancora i segni dell’Apocalisse, come nei film precedenti di Mundruczó. Ma stavolta la metafora non sembra ammettere ambiguità, pretende di assumere su di sé tutto il peso della croce e garantisce piena redenzione. Del resto, su Europa pare che esista un oceano che promette altre, nuove forme di vita… Eppure, nella sua ambizione antigravitazionale, Jupiter’s Moon mostra quanto sia labile il confine tra l’evidenza e la confusione, tra la leggerezza e l’inconsistenza. Da una parte c’è la chiarezza cristallina della storia che sa farsi segno e senso dritto e puro, dall’altra c’è la fragilità delle invenzioni a effetto, che incrinano la scrittura e l’immagine fino a renderle opache, cieche, ottuse. E a parte le ambiguità di fondo nella storia di Aryan e il dottor Stern, che sembrano trovare una via di fuga più che un’ipotesi speranza, è proprio la forma autocompiaciuta di Mundruczó il segno più evidente di questa incrinatura, di quest’opacità pesante. A cominciare dal piano sequenza iniziale, il film è tutto un mostrare i muscoli, quasi un unico lunghissimo take a perdita di fiato e a rotta di collo, che gioca sugli equivoci della soggettiva (e dell’immedesimazione) e con la facilità acrobatica degli effetti speciali, che promettono leggerezza, ma finiscono per essere una zavorra opprimente. Alla fine la distanza tra il cuore e il film è insormontabile.

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