#Cannes2017 – L’amant d’un jour, di Philippe Garrel

Quando una spettatrice in sala – nell’usuale dibattito a fine proiezione della Quinzaine des Réalisateurs – chiede a Philippe Garrel il perché della “particolare scelta del bianco e nero per questo film“… lui fa subito una faccia un po’ stranita. Poi prende il microfono e inizia a parlare delle origini del cinema, della distanza che il b/n stabilisce, insomma sposta il cuore del discorso dalla tecnica all’estetica. Ecco allora: questa innocente domanda, così evidentemente ignara e lontana dalla filmografia precedente del cineasta francese, risulta paradossalmente fondamentale per capire cosa possa dire e dare ancora oggi un film di Philippe Garrell. Perchè ne L’amant d’un jour si torna al b/n, certo, ma si torna anche alle storie parigine da teatro intimo/autobiografico, ai triangoli amorosi pieni di passione e lacrime, ai primissimi piani insistiti dove i sentimenti devono trovare “forma” per essere percecepiti prima ancora che visti. Ed è proprio questa “forma” che si scontra con i nuovi display portatili usati dai suoi personaggi, in uno straniamento costante in cui piombiamo come spettatori, percependo un’immagine figlia di un epoca (la Nouvelle Vague) ma immersa in un’altra (il nostro presente dello smartphone). Il bianco e nero di Garrel, allora, non resta mai cristallizzato nel tempo ma continua a mutare di segno durante gli anni: dall’ostentazione barricadera di un’immagine povera che si avvicina(va) alle strade e alle persone sfidando l’istituzione cinematografica, diventa oggi la rivendicazione di una distanza necessaria che solo il cinema come dispositivo (ri)crea rispetto a tutte le “Alte Definizioni” su piazza.

21Il personalissimo romanzo-filmato de La Jalousie incontra le riflessioni sul dispositivo de L’hombre des femmes in questo (dichiatato) terzo tassello di una trilogia sull’amore ai nostri giorni. Una ragazza (Jeanne, interpretata dalla vera figlia del regista) torna nella casa paterna dopo una dolorosissima rottura sentimentale e si confronta con la giovanissima Ariane (sua coetanea), nuova compagna del padre. Si instaurano e si incrinano rapporti, si tradisce e si viene traditi, si vive nel corso del film seguendo le incostanti dimamiche del desiderio. Infinite porte si aprono e si chiudono nel frattempo, porte dove fermarsi a pensare o fare fugacemente l’amore, dove abbracciarsi o dirsi definitivamente addio. La porta e la finestra, i luoghi di passaggio, sono del resto gli spazi garrelliani per eccellenza… c’è un’inquadratura stupenda, a tal proposito: Ariane entra in casa e trova Jeanne sulla finestra, è un tentato suidicio, la spinge sul letto e la salva. Su quella finestra aperta, però, Garrell ritorna subito dopo in un’inquadratura in dettaglio lasciando i suoi personaggi fuori campo a parlare delle loro pene d’amore.

lamant-dun-jour-philippe-garrelL’inquadratura continua. Quella finestra spalancata configura una soglia necessaria tra il dentro e il fuori lo schermo, tra il campo e il fuori campo, tra il cinema e la vita… testimoniando il passato (nel segno di Raoul Coutard, dei suoi vividi b/n Nouvelle Vague), facendolo scontrare con il presente (i nostri”contemporanei” protagonisti), e rivendicando così un’appartenenza nella distanza. Creando sempre nuove dialettiche tra epoche e sguardi, storicizzando il cinema ma testandone la vita, insomma interrogandosi ogni volta in maniera differente sul perchè “scegliere il bianco e nero?”. Ecco allora: al di là di ogni innocente domanda “presente” e di ogni necessaria riflessione sul “passato”, c’è qualcosa di terribilmente vivo e vero in questo film. Garrel crede sinceramente che il volto umano in primissimo piano possa ancora oggi spalancare quella sacrosanta finestra sul mistero dell’uomo… e in fondo il cinema, su qualsiasi piattaforma o schermo/display verrà visto in futuro, sopravvivrà solo custodendo questa sua rara e sublime potenza.