#Cannes2017 – Wonderstruck, di Todd Haynes

Le forme dell’immaginazione nel cinema di Todd Haynes. Che guarda ancora indietro nel tempo. Non al mélo di Douglas Sirk come in Lontano dal Paradiso e Carol ma al passaggio tra il muto e il sonoro e agli effetti cromatici con quei colori accesi e pastellati del cinema statunitense degli anni ’70.

Alla base di Wonderstuck c’è il romanzo illustrato di Brian Selznick La stanza delle meraviglie. Per Haynes è l’occasione dichiarata per un viaggio sulle origini del cinema. Dallo stesso scrittore, anche Martin Scorsese aveva tratto Hugo Cabret.

Due epoche differenti: il 1927 e il 1977. Nella prima una bambina sorda, Rose, fugge di casa, per andare a New York a cercare il suo idolo, l’attrice Lillian Mayhew, che poi si scopre essere la madre. Nella seconda Ben, un ragazzino, si mette alla ricerca del padre che non ha mai conosciuto dopo la morte della madre. Le due storie procedono parallelamente ma poi saranno legate tra loro.

Sono ancora le luci di Ed Lachman a creare meticolosamente composizioni figurative in questa produzione Amazon, dove il cinema di Haynes, più che ricreare il passato con lo sguardo del presente, cerca di riprodurre quello della memoria.

WonderStruckLa sordità dei due protagonisti diventa l’elemento di congiunzione per un cinema fatto essenzialmente di sguardi, di scoperte, di illusioni, di incanti. Ma Haynes non è Spielberg. Anzi, da Carol il suo cinema appare precocemente inventato. Gioca sulle soggettive uditive, su una mimica e su una gestualità che appare anche troppo esibita pur nel passaggio tra il silent-movie e il cinema parlato, avvenuto nel 1927 con Il cantante di jazz di Alan Crosland.

L’arrivo a New York dei due protagonisti viene esasperato con un montaggio alternato che  può creare raccordi sulle azioni. Lascia smarrire i suoi personaggi ma non li lascia mai deambulare liberamente. Ci sono sempre degli occhi esterni addosso. Più del cineasta stesso che degli altri personaggi. Un po’ lo schema cinefilo-storico-didattico di Scorsese. E la visita al Museo di Storia naturale di New York, più che le meraviglie del diorama, tende invece all’immobilismo. Come se tra le belle immagini di Lachman non dovesse mai passare un soffio di vento. Con Julianne Moore – alla quarta collaborazione con il cineasta dopo Safe, Lontano dal Paradiso e Io non sono qui – inghiottita dal make-up. Che deve far uscire fuori le lacrime finte perché quelle non possono essere un effetto speciale che Haynes spaccia per emozionale. Che regala appena qualche sussulto con Space Oddity di David Bowie, consumato però dalla volontaria reiterazione e dall’esibizione della copertina del disco.

WonderStruckCom’è lontano Velvet Goldmine. E com’è lontano dal paradiso oggi il cinema di Todd Haynes. Il bianco e nero e colori pop a cavallo degli anni ’70 e ’80. Dove ad accompagnare l’immagine, per supplire all’assenza della parola, basta affidarsi alle composizioni di Carter Burwell che qui fa davvero uno sforzo sovrumano. Con Rose che vede al cinema Daughter of the Storm che sembra un misto tra Griffith e Sjöstrom e l’acqua per strada con riflessi sui colori che sembra arrivare dallo Spike Lee di Do the Right Thing. Tutte le suggestioni di un cinema che si guarda sempre di più allo specchio. Che si è imparruccato, che si maschera malamente per non far sentire il peso dei suoi anni come l’anziano che andava a danzare nel primo episodio di Il piacere di Ophüls. E che muore dentro il museo. Si rimpiange invece quello che prende vita con Ben Stiller/Shawn Levy in Una notte al museo. Soprattutto il primo. Che non sa più di che materia sono fatti i sogni. Figuriamoci gli incubi.