#Cannes2018 – BlacKkKlansman. Incontro con Spike Lee e il cast

Per me BlacKkKlansman è un campanello d’allarme. Non mi interessa quello che diranno i critici oppure il pubblico, ma so che con questo film siamo dalla parte giusta della storia.”

Almeno cinque minuti di standing ovation alla première di BlacKkKlansman, ultima fatica del veterano Spike Lee, fra risate per le analogie tra il vocabolario della “supremazia bianca” e quello dell’uomo nello Studio Ovale (“America First”), e la profonda angoscia per l’odio razziale che sappiamo vivere un climax di consensi negl’ultimi anni, e non solo negl’USA. Lee, da sempre attentissimo a questa tematica, ci trasporta ai primi anni ’70 e all’operazione sotto copertura di un agente di Colorado Spring, riuscito ad infiltrarsi nella sezione locale del Klan.

Nonostante l’ambientazione, Lee trova sempre un modo per connettersi al contemporaneo e l’epilogo di BlacKkKlansman la dice lunga. Lo scorso agosto nella cittadina di Charlottesville, Virginia, durante due manifestazioni, una sotto il vessillo “white lives matter” e i principi di egemonia bianca e la seconda antirazzista, Heather Hayer, trentadue anni, viene investita da un militante neonazista, un’azione premeditata stando alle dichiarazioni della polizia: “Quando ho ricevuto la notizia sapevo che sarebbe stata il paradigma del mio film. Ma per inserire il filmato dell’assassinio dovevo contare sulla benedizione della madre di Heather, cosa che fece.

Abbiamo un uomo alla Casa Bianca, di cui non farò il nome, che avrebbe potuto dire: “Siamo fatti d’amore, non di odio!”, e invece non ha denunciato il Klan e neppure quei nazisti. La cosiddetta demografia creola è una favola per bambini. Gli USA si fondano sul genocidio, sulla schiavitù, e come direbbe il mio amico Jay-Z: “Sono fatti!”. Eppure questa è una piaga che non affligge solo gli USA, ma il mondo intero, per cui dico: “Sveglia! Non possiamo stare zitti”. Quel tipo alla Casa Bianca, quello che non ha denunciato il Klan e i nazisti, possiede i codici nucleari…ogni notte vado a letto pensandoci.”

Nomi di un certo peso nella squadra di Lee, partendo dall’ideatore del soggetto, il Jordan Peele di Scappa – Get Out, passando per il direttore della fotografia Chyse Irvin, autore di Lemonade, e naturalmente la scuderia di interpreti: Adam Driver, Topher Grace, Laura Harrier e John David Washington. Driver è a Cannes con ben due prodotti, il secondo è il Don Quixote di Terry Gilliam, entrambi basati su libri di grossa risonanza, soprattutto per la cultura di riferimento: “Onestamente non penso alla responsabilità del mio ruolo mentre recito, ma leggere e tenere a mente quei libri mi ha tenuto a galla. Molto del materiale su cui ho costruito il personaggio era già nello script. Abbiamo avuto una, due settimane di brainstorming, ma devi lasciarti andare una volta sul set. Spike crea un’atmosfera paritaria, l’idea migliore vince. E ti senti libero di commettere errori”.

Stando alle parole del regista, molti si sono lamentati che il suo film non abbia provveduto ad una soluzione all’odio razziale: “Credo nella speranza. Credo che fare la cosa giusta sia un invito alla speranza. Credo nella speranza, ma non sono né cieco né sordo. Puoi nutrirla, la speranza, ma bisogna capire quello che sta accadendo. Il mio obiettivo, a differenza di quello che molti hanno creduto e credono, era di generare una discussione.”