#Cannes2018 – Burning, di Lee Chang-dong

A distanza di sette anni da Poetry, riemerge finalmente lo sguardo di Lee Chang-dong. Ma sceglie di restare nell’ombra, tra le righe del non detto, nel mistero dell’invisibile. Il punto di partenza, del resto, è un racconto breve di Murakami, Barn Burning, in cui “non sembra accadere nulla”, come dice lo stesso Lee. E sebbene lo script aggiunga complessità alla vicenda, rimane la sensazione di una storia solo in potenza, appena abbozzata con tratto leggero, suggerita da tracce e indizi, ma mai definita. Ed eccole, le tracce… Jongsu sogna di fare lo scrittore, ma tira avanti tra lavoretti saltuari. Si prende cura di ciò che resta della fattoria di famiglia e vive in solitudine e silenzio. Un giorno, in città, incontra Haemi, un’amica d’infanzia che sta per partire per un viaggio in Africa e perciò gli propone di stabilirsi per qualche settimana a casa sua, per prendersi cura del gatto. Altra solitudine e altro silenzio, ma con la promessa di un ritorno. Ma quando Jongsu va a prendere Haemi all’aeroporto, ecco il terzo incomodo, Ben, un ragazzo poco più maturo, con l’auto di lusso e la vita cool. Un personaggio oscuro però, che dopo un po’ svela la sua mania di dar fuoco alle serre di plastica.  Dal quel momento, Jongsu prende a mappare i dintorni di casa sua per impedire un nuovo incendio. Un’ossessione…

Il mistero che irrompe nell’anonima quotidianità. Fino a farla scivolare nella tragedia. Ma Burning non si risolve ad essere un thriller a tutti gli effetti, come sembra promettere. Rimane un acquarello su carta di riso, dalle tonalità nere, cupe, ma pur sempre costruito sulla struttura fragile di linee che di fatto non si chiudono, rimanendo allo stadio larvale di una piccola forma. Il triangolo amoroso non si realizza mai a pieno, non si consuma, mentre tutto ciò che ne consegue in termini drammatici rimane nell’ambiguità, sospeso tra il piano della realtà e le ipotesi singolari, tra l’effettività degli eventi e i sogni ripetuti e distorti di Jongsu. Del resto, lui non ricorda nulla del pozzo in cui Haemi dice di essere caduta da bambina. E non ne trova alcuna traccia nei suoi lunghi giri di perlustrazione, in quelle mattine nebbiose della campagna coreana, al confine con la propaganda del nord. L’unica pronta a giurare dell’esistenza del pozzo è la madre di Jongsu, ma anche lei sembra un fantasma apparso da un’altra dimensione del tempo. Eppure nell’incertezza tra la verità e l’invenzione, la storia rimane, con tutto il carico di sensazioni e sentimenti rimasti nell’anima. La fantasia dell’esperienza individuale si è ormai tradotta nella realtà concreta della vita interiore e, da lì, in quella delle relazioni personali. Come un pezzo di letteratura o la scena di un film. È anche a partire dal dettaglio di quel racconto che Burning si svela come uno straordinario saggio sullo storytelling.

Lee Chang-dong sembra qui far nascere il cinema dalla sua esperienza letteraria. E perciò concede alla narrazione tutto il tempo lungo che le occorre, tra le pause, le dilatazioni, le atmosfere, la sospensione dei cuori, fino alle improvvise vampate dell’azione e degli eventi. Per lasciare, poi, fuori l’essenziale, le questioni fondamentali dell’intreccio e della fabula, nell’indistinzione dell’ellissi. “Per me la vita rimane un mistero”, dice del resto Jongsu, l’aspirante scrittore. E in questo modo rende il senso della propria impotenza, di uno stallo creativo che si traduce in una quasi totale afasia, nel balbettio dei suoi desideri inespressi. Quasi all’opposto della vecchia Mija di Poetry, che cerca ancora di scolpire le cose con i versi, di fermare nella parola la memoria che scivola via. La parola non fissa e non dice più. Forse è una questione generazionale, soprattutto se si legge Burning come il racconto di una gioventù condannata all’impossibilità del lavoro, della messa in opera. Ma è un traccia. Per il resto, nel modo in cui disegna la dicotomia tra poveri e ricchi, per come racconta del vuoto della contemporaneità, Lee Chang-dong non sembra volersi spostare oltre dei modelli già dati. Perciò parla di cose che vanno al di là dell’urgenza dell’oggi. Parla delle storie, delle loro strategie e dei loro limiti. Di funzioni che perdono il loro senso, nelle pieghe nascoste e vuote delle cose. Della bellezza stessa del non senso. Lee Chang-dong è come un Hitchcock che rimane in silenzio di fronte all’impenetrabilità del mistero. Oscilla tra la presenza a se stesso e lo smarrimento. E lascia che il fuoco bruci sullo sfondo, mentre la luminosità poetica delle sue immagini gioca con le nebbie di una pianura vuota e gelida.

 

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