#Cannes2018 – En guerre, di Stéphane Brizé

È accaduto qualcosa di strano durante la proiezione di En guerre. Alla fine di molte sequenze, dal pubblico è venuto un sospiro, un po’ come quando tiri il fiato dopo un’apnea prolungata. Sollievo, forse. Di certo una necessità fisiologica, un riflesso istintivo determinato dalle situazioni.

La questione del ritmo, innanzitutto. Ogni film ha la sua frequenza e la sua partitura metrica. E se c’è qualcosa di davvero sconvolgente in En guerre, al di là di ogni considerazione di merito, è il modo in cui Brizé serra il ritmo delle immagini e dei suoni fino a creare una serie di blocchi compatti che, nella durata lunga di ogni scena, montano per accumulo e per intensità progressiva. È come quando la massa delle persone intorno a te si stringe sotto il peso della carica: tutto si compatta in unico volume, mentre la tensione sale dall’interno, diventa esplosiva. Le immagini di Brizé perdono quell’aura che avevano ancora in Une vie e, grazie anche all’ossessiva scansione sonora delle musiche di Bertrand Blessing, diventano veri e propri muri, opachi, inattraversabili, dentro cui l’occhio non riesce a riconoscere linee di fuga e passaggi d’aria. Mentre il corpo, il nostro stesso corpo, ha la sensazione di trovarsi sempre più schiacciato, costretto, contorto.

Del resto in guerra si sta con il corpo, innanzitutto. Il pensiero è un accessorio. E perciò l’analisi viene dopo o sta in un punto ulteriore, nelle retrovie o nelle stanze di comando degli strateghi. Sì, Brizé sembra nutrirsi di pratica documentaristica, con quelle riprese a mano traballanti, quegli schiaffi di movimento che disegnano le linee di tensione delle scene, con gli stretti primi piani o i mille ostacoli che interrompono la chiarezza del punto focale. Ma in realtà ciò che restituisce è l’esperienza di un war movie angosciante, che forse sta più dalle parti di Greengrass, di quell’oscillazione percettiva che nasce dall’immersione dell’immagine nel grumo illeggibile della realtà e che impazzisce definitivamente nello spazio dello scontro. Anche di quello condotto al tavolo delle negoziazioni sindacali, nelle assemblee operaie, nelle manifestazioni di piazza, nei picchetti di protesta. Durante il corteo dei lavoratori della Perrin c’è un istante in cui l’inquadratura e la musica salgono sui palazzi intorno e tutto comincia a muoversi all’impazzata, in un turbine vorticoso. Si disegnano linee astratte che imprimono una velocità irraggiungibile al quadro. Come se la percezione razionale dell’oggetto scomparisse nell’informale dei segni. In guerra il tratto esplode, è traccia, macchia, graffio, è bruciatura.

Ma nonostante il caos del momento, Brizé ha sempre ben chiara la concretezza delle figure e dell’umanità che si portano dietro. E perciò sa perfettamente chi è il nemico e come filmarlo, come abbatterlo e “rovesciarlo” a colpi di inquadratura. In questo senso, le posizioni del padrone e dell’operaio, del grande CEO della Dimke e del combattente Laurent Amédéo, possono anche trovare pari voce nella scrittura e nei dialoghi, ma non hanno pari diritto di cittadinanza e di tollerabilità. Perché tra la legge del mercato e la fatica e il sangue dei lavoratori, non c’è scelta. A meno che non si rinunci all’umano per la logica flessibile dei numeri. E per la maledetta ossessione dei soldi, che sempre più è il demone che attraversa e minaccia il mondo, secondo Brizé: La loi du marché, certo, ma anche Une vie che recupera, tramite la scrittura di Maupassant, l’urgenza tutta francese dell’argent. E, difatti, è sempre per una questione economica che il fronte di lotta si spacca e salta l’unità operaia… A scapito del rigore di Amédéo che non transige e non cede di un millimetro. Ma questa individuazione dell’eroe è l’unica vera concessione al romanzesco di En guerre, per altro stemperata dalla straordinaria capacità di Vincent Lindon di adattare la sua energia dirompente agli altri, al corpo “sociale” dei “non professionisti”. Per il resto, Brizé non sembra porsi neanche più di tanto questioni di struttura, di analisi e di teoria (e sarebbe molto interessante mettere a confronto il film con il simile eppur diversissimo Dell’arte della guerra di Luzi e Bellino). E non è neanche questione di realtà e finzione, ovviamente, o di dispositivi d’immagine e di retorica. Ciò che conta per Brizé è registrare una volta per tutte l’effettività del punto di rottura, lo stallo definitivo della parola e del dialogo, della stessa democrazia capitalistica. Non si può che passare all’azione. Il cinema recupera il reale nella violenta concretezza dell’action. Che riguarda i personaggi, ma ancor più la stessa origine dell’atto del filmare. E perciò Brizé lascia perdere gli equilibri e le misure, si smarca dalla innocua velocità del reportage, per incollare il suo sguardo alla dimensione fisica dello scontro. E, coerentemente, lascia al suo eroe un’unica scelta possibile che passa per il corpo. In quel momento definitivo non conta solo l’inappellabilità di un gesto che chiama in causa altre guerre e altri atti di purezza monastica. Ciò che stravolge di più sono quei secondi infiniti in cui l’enorme Vincent Lindon lancia la sua maledizione muta al mondo. È lì che la parola si perde per tramutarsi in azione. Nonostante tutti i filtri, la rabbia esplode. Una furia sorda ma non cieca, incontenibile e sacrosanta, che forse non si vedeva dai tempi in cui Richet incendiava le banlieu di Parigi. E di cui, oggi più che mai, sentiamo l’urgenza.

 

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