#Cannes2018 – Euforia, di Valeria Golino

Che percorso compie all’interno della ZTL capitolina l’Ettore di Valerio Mastandrea, per ascendere alla terrazza vista altare della Patria del fratello Matteo (Riccardo Scamarcio), in questo secondo film di Valeria Golino? Dalla provincia laziale di Nepi al centro a traffico limitato di Roma, Ettore disegna anche una freccia verticale, dalla cascata di Cavaterra (brevemente visibile in un inserto dell’opera) ai piani altissimi di un palazzo su via del Corso – e d’altronde, una certa problematica spiritualità è anche uno dei temi attraversati dallo script ad opera di Francesca Marciano e Valia Santella (insieme alla regista), tra milionarie operazioni finanziarie orchestrate da Matteo in Vaticano (“il business del futuro è la misericordia”) e improbabili pellegrinaggi a Medjugorje. Da un lato Matteo sfrutta cinicamente la Fede per mantenere il suo stile di vita pantagruelico, dall’altro ci si aggrappa per tentare ad ogni costo di salvare il fratello dall’incurabile tumore al cervello che se lo sta portando via in pochi mesi.

Mastandrea ritrova così il clima ospedaliero delle sue ultime performance, tra Fai bei sogni e La linea verticale, ma in tutto il film sembra esserci un’ulteriore malattia che corrode il personaggio, un altro decorso a cui assistiamo e che Golino puntella con aperture discrete e inaspettate verso una dimensione altra dell’immagine (gli stormi di uccelli, le terrazze tutt’intorno, gli ascensori quasi metafisici…), a sottolineare per l’appunto il dualismo ascensionale, alto/basso, chiuso/libero (le gabbie dei pappagalli, la passione di Ettore per le immersioni subacquee…), su cui si struttura l’opera, chiaro tentativo di sfuggire in qualche modo al canone di “resa dei conti di famiglia borghese in attici della Roma bene” a cui in apparenza la storia appariva condannata.
La reale trasformazione di Ettore non è legata alla sua condizione fisica o mentale, quanto alla sua posizione sociale: venuto a contatto con l’agente esterno della vita apatica, spendacciona e vacua del fratello che ha fatto successo come imprenditore spericolato, il sistema immunitario ideologico di questo insegnante di scuole medie di paese non riesce nonostante gli sforzi a resistere al virus dell’esistenza agiata circondati dai soldi buttati in arredamenti di design, droghe sintetiche e party ogni notte. Per questo motivo, coerentemente, il confronto definitivo con Matteo avverrà dopo la spesa folle dell’orologio da 9000 euro, la prima scelleratezza fatta da Ettore dopo aver accettato a spostarsi usando la macchina con l’autista, quasi a sfidare la “generosità egoista” del fratello, che sembra al contrario tutto impegnato ad ammalarsi anche lui attraverso l’abuso di sostanze tossiche.
Come nel precedente Miele, Golino, che ha formato il proprio sguardo da cineasta attraverso decenni di carriera internazionale come interprete, sembra affascinata da queste simmetrie geometriche, a vista, della sua storia e della sua regia, mai insistita o pruriginosa nonostante l’intensa vita sessuale di Matteo, che è omosessuale.

Mastandrea e Scamarcio hanno così spazio per riempire le rispettive figure dei tic riconoscibili delle loro abituali caratterizzazioni, e insieme provare a smarcarsi ai lati con coloriture nuove alle relative maschere da locandina di un cinema italiano che Golino davvero, a modo suo, pare voler destrutturare, spogliare, ripensandolo proprio attraverso i suoi segni più familiari (il cast, la terrazza, la scena di canto corale e quella di ballo, la Roma notturna sospesa ecc) e reiterati.

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