#Cannes2018 – Solo: A Star Wars Story, di Ron Howard

“Tanto tempo fa in una galassia lontana”. C’è il brand Star Wars ma soprattutto si sente il cinema di Ron Howard in questo nuovo, sfavillante Solo: A Star Wars Story, ambientato 11 anni prima Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza e dove si sente tutto l’universo di Lawrence Kasdan della saga, in maniera molto più netta che in Star Wars: il risveglio della forza di J.J. Abrams. Un cinema stavolta meno concettuale, inizialmente alienato anche rispetto alla seconda trilogia di Lucas che appare quasi un capitolo decentrato, forse più vicino a Rogue One.

I bassifondi del mondo criminale. Un giovanissimo Han Solo e il primo incontro con il futuro copilota Chewbacca e l’affascinante imbroglione Lando Calrissian.

A Ron Howard e Lawrence Kasdan (che ha scritto la sceneggiatura con il figlio Jon) interessa tornare quasi alla preistoria del blockbuster, alla New Hollywood degli anni ’70.  Con uno spirito d’avventura nella parte iniziale che ha il respiro di I predatori dell’arca perduta, di cui Kasdan è stato sceneggiatore e il primo scontro tra Han Solo e Chewbecca prima di diventare amici che ha una dimensione di gioco, di divertimento, di intrattenimento legato a un cinema precedente che gli ultimi film, pur interessanti per diversi motivi, avevano perso. Nel puro spirito George Lucas

Tutto un viaggio di iniziazione. Nel rapporto tra Han Solo e Thomas Beckett, criminale e mentore del prootagonista, con il volto da carogna di uno strepitoso Woody Harrelson, che immette un ritmo di un film di rapina, di inganni. Quasi un poliziesco dentro la saga. Con l’ambiguità non solo di Beckett ma anche di Qu’ira, la ragazza di cui Han Solo era innamorato e poi si è dovuto separare forzatamente, prima di rivederla tempo dopo in un ambiente completamente diverso. Al posto dei soldi, il valore assoluto qui diventa il Coaxium, un carburante preziosissimo. E anche la dimensione è più terrena. Più che lo spazio qui le navicelle volano basso, si incastrano. Ci si muove sui ponti dove passa il treno in cui c’è una lotta all’esterno che ha la furia e la sporcizia di Aldrich di Limperatore del Nord. Che esplora fiammeggianti zone noir nella visione del cantante del locale. E che, finalmente, non si perde in un bombardamento sonoro.

Sembra lontanissimo, ma anche vicinissino ad Avengers: Infinity War proprio nella necessità di rifondazione del blockbuster, di modernizzazione di un brand. La Marvel da una parte, Star Wars dall’altro. Nel primo ci sono i fantasmi del melodramma in una ridefinizione grafica dei protagonisti. In Solo: A Star Wars Story invece si avverte l’essenzialità classica che è propria del cinema di Ron Howard. Giocare con i generi senza appartenere specificatamente a uno. E la mano del cineasta si avverte soprattutto nell’umanesimo dei personaggi, nel dolore del tradimento, nella sorpresa di nuove scoperte e rivelazioni. Quasi un’altra giovinezza. Solo: A Star Wars Story è Cocoon nel deserto invece che dentro l’acqua. Pur avendo entrambi qualcosa di miracoloso, è il viaggio forse senza ritorno di Apollo 13. In più entra in gioco anche Warwick Davis, il ‘suo’ Willow.

Stavolta non conta stabilire se Alden Ehrenreich nei panni di Han Solo ed Emilia Clarke in quelli di Qu’ira funzionano o no. Per noi sì ma non è questo il punto. Sono solo autentiche figure pienamente proiettate in un altro spazio e in un altro tempo. Tanto tempo fa in una galassia lontana. Un cinema che finalmente sa cosa significa navigare in grandi spazi dove le dimensioni possono apparire infinite. Con il deserto vastissimo. Solo cineasti classici come Howard e sceneggiatori classici come Kasdan sanno che vuol dire filmarlo in quella maniera. Guardando forse a Lean di Lawrence d’Arabia. Con un maestoso respiro epico. Dove il digitale ritorna all’analogico. Perchè gli spazi hanno bisogno di profondità. E l’elemento più ludico entra in azione anche nella partita a carte con Lando Calrissian interpretato da Donald Glover, la star di Community e Atlanta. Con tocchi da commedia sosfisticata. Di autentici furfanti, di inganni e di carogne. Il gioco diventa godimento puro. Dove non ci si distrae mai. E che potrebbe durare altre due ore. Non si sa come sono andate le cose oltre al fatto che il regista di Fuoco assassino sia subentrato a Phil Lord e Chris Miller, che inizialmente dovevano essere i registi. Ma stavolta, e ci illudiamo che sia così, non è Ron Howard che è andato verso la Disney ma la Disney verso Ron Howard.