#Cannes2018 – The House That Jack Built, di Lars Von Trier

Cinque incidenti e un epilogo. Nel corso di 12 anni a partire dagli anni ’70. Lars Von Trier torna a Cannes dopo le polemiche del 2011 per Melancholia dove, dopo le dichiarazioni in conferenza stampa, era stato definito ” persona non grata”. E ieri sera, nella première ufficiali sono rimbalzate fonti secondo cui il pubblivo è rimasto scioccato e ha abbandonato la sala. Un centinaio di persone o addiritura metà sala a seconda dalle testimonianze delle testate internazionali.

Matt Dillon killer seriale. Che incrocia subito Uma Thurman. Non una soggettiva, ma The House That Jack Built segue il suo punto di vista. Ingegnere con l’ambizione di essere architetto. Uno le cose le costruisce, l’altro le crea. Forse già in questa scissione c’è il cinema di Lars Von Trier. Non solo in questo film ma in gran parte della sua opera. Ogni omicidio è per lui un’opera d’arte. E lui è alla ricerca di quella suprema. Il rischio sempre maggiore (la polizia che si mette sulla sue tracce) rappresenta quasi l’esigenza di bellezza assoluta. Jack guarda in macchina. Davanti al suo camioncino rosso. Un racconto filosofico. Parole e numeri sono il suo vocabolario. Dove, lo scarto appare tra bello e sublime. Ancora, la costruzione e la creazione. Donne uccise con il cric, strangolate nella propria abitazione, mutilate di un seno. E ancora, famiglia uccisa durante un picnic e un gruppo disposto geometricamente per essere centrato solo con una pallottola.

Scorrono immagini delle costruzioni degli edifici. Di dittatori della storia del ‘900. E poi appaiono anche quelle del suo cinema. La connessione immediata è quella con L’elemento del crimine. Dove il detective finisce per comportarsi come il serial killer. E il suo rapporto con lo psicanalista potrebbe scorrere parallelamente a quello che Jack ha con il misterioso Verge, interpretato da Bruno Ganz. In una conversazione continua. Una confessione. Una seduta psicanalitica. Forse negli omicidi di Jack ci sono tutte le cose di cui Von Trier è stato accusato in questi anni. E quindi anche l’impossibilità di una redenzione. E quindi ripercorre, come flash improvvisi, tracce del suo cinema. Come Antichrist e The Kingdom. Talvolta andando indietro nel tempo per ripercorrere, quasi sottolineare, alcuni degli omicidi commessi da Jack come se si trattasse di frammenti della mente. È veramente accaduto? È nella sua immaginazione?

Il rapporto con il suo cinema continua ad essere quantomeno controverso. E in parte, sempre compromesso. Tranne la parentesi (sorprendente) di Melancholia e frammenti sparsi del dittico di Nymphomaniac. Senza più la reazione totalmente respingente di Le onde del destino e Dancer in the Dark. Può bastare? Certamente no. Le immagini, nel corso del tempo, sembrano aver perso consistenza. Oppure è il nostro sguardo che si è assuefatto al suo cinema. C’è spesso quella chiusura, quell’impermeabilità, della cittadina di Dogville. Nelle architetture, nelle geometrie. Nella ricerca di perfezione. Ma il bello non sempre coincide con quello che è perfetto. È un po’ lo scarto simile su cui si muove anche il cinema di Kubrick. Quindi la rappresentazione cruenta provoca spesso apatia. Tranne nell’epilogo, Katabasis. La rappresentazione della Fine. Come in Melancholia. Con vuoti improvvisi in un film quasi sempre lineare, troppo orizzontale. L’ingegnere c’è stato per tutti i capitoli. Solo ora esce l’architetto. Con fiammate nelle zone dei film della casa Hammer fine anni ’50. Con quei rossi esplosivi. Finalmente un vero horror? Che mostra tutta la potenza del cinema di Von Trier nel momento in cui, per citare Fassbinder, “i (il) film libera(no) la testa”. Ancora. Può bastare? Troppo tardi?

 

 

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *