#Cannes2018 – Under The Silver Lake, di David Robert Mitchell

With your feet in the air and your head on the ground,
try this trick and spin it, yeah…
Your head will collapse,
but there’s nothing in it,
and you’ll ask yourself…” – Where is my Mind? (Pixies, 1988)

 

Con questa nuova La La Land del cinema americano, allora, bisogna necessariamente iniziare a fare i conti. La strada immaginaria che dall’Eastside di Los Angeles sale verso la collina di Hollywood, fermandosi puntualmente alle porte dello strategico Planatarium (quello dell’amore nel film di Chazelle, quello del mistero in questo Under the Silver Lake), è lastricata di segni, indizi, icone, dispositivi e trappole che parlano solo la lingua “della cultura popolare” come direbbe il vecchio Anorak di Ready Player One. Insomma questo giovane cinema americano che parte da Richard Kelly – grande anticipatore di tutta l’estetica losangelina dei rabbit hole e delle Southland Tales mistiche anni ’00 – per arrivare a Chazelle, i Duffer e David Robert Mitchell, sembra ormai aver ampiamente digerito la riscrittura giocosa e dissacrante dei ritorni al futuro zemeckisiani, per approdare a una programmata visita guidata nel museo (del proprio) immaginario. Alla ricerca di cosa esattamente? Forse di un senso oltre l’immagine riciclata, di un ultimo mcguffin possibile, come direbbe lo stra-evocato Alfred Hitchcock.

Ma andiamo con ordine. Dopo il successo planetario di It Follows – interessante variazione su tema dell’universo horror settantesco  fedelmente ri-mappato – Mitchell punta decisamente al rialzo in questo suo terzo film. Il mondo dove il protagonista Sam si muove  (uno stralunato ed efficace Andrew Garfield)  è quello che abbiamo tutti immaginato sul grande schermo hollywoodiano: dalle finestre sul cortile che si aprono sempre su partiture hermaniane, ai viali del tramonto disegnati sempre da ombre noir; dai pericolosi lunghi addii dati a bionde e bellissime donne fatali, a tutti i vizi di forma che ne sono scaturiti. Ecco: gli echi di Thomas Pynchon si avvertono nitidi e Sam potrebbe proprio essere il Doc Sportello dei millennials, perennemente drogato di film/fumetti/romanzi/musica/videogame. E allora la figura/noir dell’investigatore privato va giocoforza aggiornata col ragazzo disoccupato e aspirante regista che inizia a investigare suo malgrado. Perché?

La bella vicina di casa di cui Sam si innamora (da buona femme fatale) lascia tracce in ogni entrata e uscita di scena, ma scompare all’improvviso insieme a un ricco produttore. Inizia la ricerca: un mcguffin torna finalmente a guidarci tra feste lisergiche e ville da star system, concerti post grunge e guru da grande complotto. I segni del (neo)noir vengono prima distillati con coltissima perizia e poi filtrati dalla cultura videoludica di una generazione cresciuta con Super Mario Bros e i Nirvana. Quindi guardando già i film di Howard Hawks o Billy Wilder come segno messo in potenza: Il grande Lebowski dei Coen e Mulholland Drive di Lynch, con esplicite citazioni, diventano tappe fondamentali in tal senso.

Insomma la storia del cinema è diventata una mastodontica mappa da seguire (It Follows…) per trovare i giusti ester eggs persi nella  fluviale rimediazione di videoclip, videogame, graphic novel, pubblicità e infine del web. Tra una visione de Gli uomini preferiscono le bionde e l’ossessione materna per Janet Gaynor in Settimo cielo, Sam inizia un percorso a tappe che lascia google maps e la visualità dronistica come ultima mossa da compiere per decodificare il codice nascosto in ogni singolo prodotto culturale. Arrivando infine all’incontro/scontro con il Mostro nella vertiginosa sequenza del grande vecchio che ha scritto occultamente tutte le canzoni con cui siamo cresciuti, strimpellando con sarcasmo una serie infinita di hit fermandosi a Smells Like Teen Spirit dei Nirvana come limite sostenibile per Sam e a Where Is My Mind dei Pixies come limite dell’immaginario anni ’90. E sì: proprio la canzone che ha ispirato gran parte del movimento grunge e che non caso ha chiuso quel decennio nell’epocale finale di Fight Club di David Fincher.

Va bene, fermiamoci qui. Under the Silver Lake, lo ammettiamo, è un gioco pericoloso nel quale siamo cascati: trovare le referenze a questa giungla di segni incrociati per poi costruire nuove significanze tutte contemporanee. Cosa resta fuori da quest’infinita partita a scacchi con l’immaginario? Insomma: dal party/cimitero popolato dalle tombe dei grandi registi del cinema classico, dove il Grande Schermo diventa la fatidica e ultima attrazione (tec)nostalgica, si riesce a uscire almeno una volta? Mitchell ci prova, con sincerità, ma il suo desiderio eversivo si ferma a un colto discorso sull’ideologia della cultura pop degno di un attento lettore di Slavoj Žižek, quindi anch’esso un segno riconoscibile da catalogare (in fondo Fincher ci aveva già detto tutto nel biennio ’97-’99 con The Game/Fight Club).

Ci rimane un’ultima mossa da tentare: inseguire l’intimo desiderio di questo ragazzo. Vagabondare, senza meta, come nella bellissima e liberatoria animazione sui titoli di coda. Ecco: se qualcosa riesce a scartare in questa martellante e anestetica cartuccia da Nintendo del XXI secolo (che disegna con incredibile lucidità, bisogna dirlo, le derive dell’immaginario postmediale tra estetica vintage e archeologia dei dispositivi) è proprio la sana voglia di Sam di trovare aria oltre le mappe che lo ossessionano. Guardare da un altro punto di vista la propria abitazione marchiata con il vecchio codice degli Hobo (dei viandanti della frontiera…) diventa paradossalmente un ultimo punto di fuga. Perdere il proprio sguardo in quel fuori campo, senza più lenti “che ti facciano vedere meglio”, è l’unico respiro che questo cinema riesce a permettersi? Forse si, ma è già qualcosa.

Where is my mind?
Where is my mind?
Where is my mind?
Way out in the water,
See it swimmin’…