Carlo Vanzina, la vita è meravigliosa

“Pochi giorni prima che la sua malattia peggiorasse, anche se affaticato dalle cure, veniva ancora in ufficio a lavorare. Una mattina, mentre stavamo inventando la scena di un nuovo film, si è messo a fissare il vuoto. Nello studio è calato un silenzio infrangibile. Poi lui si è alzato, è venuto vicino a me, mi ha accarezzato lievemente la testa e mi ha detto. ‘Stai tranquillo, io ho avuto una vita meravigliosa’”. Sembra quasi una traccia mélo di uno dei suoi (loro) – non so mai se parlare al singolare o al plurale quando parlo del cinema di Carlo ed Enrico Vanzina – film più belli, Quello che le ragazze non dicono. Invece è un ricordo toccante, struggente, di un fratello come reazione a un gesto toccante, struggente di un altro fratello.

Mi è difficile parlare della morte di Carlo Vanzina. Forse perché toccato in questi giorni personalmente da una perdita vicinissima che mi lascerà per sempre un vuoto incolmabile. Quella di Carlo è avvenuta il giorno dopo. E io mi sto sentendo come Enrico.

Partiamo da alcuni ricordi personali. Il primo incontro è stato al telefono.  Il festival Schermi d’amore di Verona stava organizzando nel 2006 un omaggio a Carlo ed Enrico Vanzina in occasione del trentennale dell’uscita del loro primo film, Luna di miele in tre. Avevamo organizzato un’intervista corposa con il direttore del festival, Paolo Romano e con Giuseppe Gariazzo, da sempre vanziniano doc. Con Enrico avevamo fatto un’intervista-fiume presso la loro sede della Video 80 a Roma ai Parioli. Ed è stato davvero un momento gratificante, in cui si era concesso con straordinaria generosità. Però mancava un pezzo: l’intervista a Carlo. Lui non c’era ed era difficile raggiungerlo; era infatti sul set di Un ciclone in famiglia e, anche se era sempre velocissimo a girare, doveva chiudere la lavorazione in fretta. Una sera, verso le sette, mi chiama. Io gli avevo detto che gli dovevo fare alcune domande per l’intervista che andava sul catalogo ma non volevo fargli perdere troppo tempo. Lui, con voce pacata, quasi timida, mi ha risposto di prendermi tutto il tempo che volevo. Era al telefono ma era come se ce l’avessi avuto davanti. Innanzitutto per come citava i film che amava. Te li raccontava come se li avesse visti due ore prima; quella volta, non so come, si era soffermato su Solo 2 ore di Richard Donner con Bruce Willis che gli era piaciuto moltissimo. E poi, perché era sempre chiaro nelle risposte. Non divagava, gli interessava comunicare la pratica di un mestiere che amava moltissimo piuttosto che parlare di se stesso. Solo in un passaggio la sua voce ha iniziato a tremare. È successo quando ha raccontato il finale di Sapore di mare a La Capannina. Con il sottofondo di Celeste nostalgia di Riccardo Cocciante. Aveva raccontato che in quel momento si stava commuovendo mentre stava girando. E al telefono si sentiva che lo stava facendo ancora mentre lo raccontava di nuovo.

Altri incontri sono avvenuti durante interviste singole post-conferenze stampa. Ci siamo conosciuti di persona e lui era sempre sorridente e cordiale. Uno di questi è stato uno dei più divertenti. In occasione della presentazione di Miami Beach, con Sergio Sozzo, abbiamo realizzato un’intervista-video. Nella mia follia, stavo facendo a Enrico delle domande che riguardavano degli aspetti di regia e a Carlo di scrittura. Loro non hanno battuto ciglio e mi rispondevano sempre in modo chiaro e preciso.

L’ultimo ‘incontro’ è stato ancora telefonico. Carlo mi chiama dopo aver letto su Film Tv la recensione di Caccia al tesoro. Di solito vengo chiamato dai registi quando parlo male dei loro film (in alcuni casi con insulti in allegato) ma solo in due casi mi è successo di essere contattato dopo una recensione positiva. Carlo è stato uno di questi. Abbiamo parlato di Dino Risi, Napul’è di Pino Daniele, Massimo Troisi e, all’improvviso, di Kathryn Bigelow. Poi, prima di chiudere la telefonata, ci eravamo messi d’accordo di organizzare un incontro da noi a Sentieri Selvaggi con lui ed Enrico. E ha chiuso: “Così passiamo una bella serata, poi anche a cena, dove parliamo di cinema”. Sembrava una frase normale. Era invece piena di passione. Intensa come quella carezza lieve sulla testa di Enrico. Me lo immaginavo quell’incontro. Pieno di film da citare. E aneddoti dei loro film. Non c’è stato tempo. Non c’è mai tempo. Altro rimpianto: le cose che si organizzano si devono fare subito. Soprattutto con le persone con cui si sta bene. Il tempo per stare con gli altri non è infinito.

Ora in questi giorni, sui social, si sta assistendo a reazioni contrapposte. Tra vanziniani e anti-vanziniani. Chi il loro cinema lo ama sinceramente (se si conosce il cinema dei Vanzina, si vede sin da subito quali sono i post sinceri), le rivalutazioni dell’ultim’ora, la rispettosa distanza critica e poi invece gli attacchi che fanno di tutta l’erba un fascio in nome di una presunta superiorità culturale e che sono ‘arricchiti’ da un linguaggio aggressivo, confusioni tra i loro film e quelli di Parenti, Oldoini e Claudio Risi e sentenze del tipo che tutto il loro cinema è merda. Può cambiare lo stile, non la sostanza. Ecco, questi sono abominevoli. E non riguarda solo Carlo Vanzina, ma tutti i registi.

Non ho mai capito l’ostracismo critico nei confronti del suo/loro cinema. L’ho visto sin dagli anni ’80. Che in generale riguarda la commedia. E in particolare il loro cinema. Contrapposto a quello “grande” (per citare i detrattori) sempre dei Risi, Scola e Monicelli (chissà perché ogni volta venivano citati questi tre nomi e sempre in questo ordine). Eppure, se si conoscesse bene la loro filmografia, si potrebbe vedere quanta commedia all’italiana, quanto spirito artigianale, quanta deformazione grottesca, quanto spirito dell’Italia c’era dentro.

Una volta al Festival di Pesaro, nel 1994, c’era stato un incontro con Luciano Emmer che a un certo punto ha citato il cinema d(e)i Vanzina come modello. Una giornalista, all’epoca anche più giovane di me, iniziò a contestarlo e a dirgli: “Io non ho studiato cinema all’università per sentire frescacce del tipo che i Vanzina sono dei geni. Io mi sono formata con i formalisti russi, Fellini, Antonioni, Visconti, Godard…Non si può permettere di dire queste cose” e stava continuando. Al che Emmer l’ha fermata e le ha detto: “Signorina, lei è solo prevenuta. Innanzitutto non me lo deve spiegare lei cosa dire. E poi. Quanti film di Vanzina ha visto?”. Lei: “Sapore di sale e mi è bastato”. Allora non c’erano i social e queste querelle venivano ricordate solo dai presenti. Con lei c’erano altre persone, anche illustri accademici, che non volevano contraddire il maestro Emmer. Ma per nascondere una mano e anche l’altra si erano affrettati a ribadire: “Non lo so, non posso giudicare, io non ho mai visto un film dei Vanzina in vita mia”.

Un’altra volta, una studentessa dei nostri corsi di cinema, durante un incontro con Marco Martani, aveva detto che i film dei Vanzina sono brutti e non si devono vedere perché offendono il cinema. Così Martani le ha replicato: “Perché sono brutti?” – “Perché sono montati male” – “Quanti ne hai visti?”. – “Nessuno” – “E come fai a dire che sono brutti se non ne hai visto neanche uno?”. L’ultima parola è stata della ragazza: “E che c’è bisogno di vedere il TG4 di Emilio Fede per dire che è orrendo?”.

Questa la situazione negli anni. Inspiegabile. Oltre il rifiuto. Cosa che raramente è avvenuta per altri cineasti. Da quello che almeno ricordo. Ovviamente la filmografia di Carlo ed Enrico è sterminata. Dal 1976 hanno realizzato film bellissimi, belli, abbastanza belli, non riusciti, brutti, molto brutti, e un paio davvero indifendibili. Ma io amo il 75-80% della loro produzione. E anche in quelli che non mi piacciono (tranne quelli indifendibili), trovo sempre un lampo, uno scatto improvviso. Sapore di mare oggi ha ancora un’emotività sconvolgente. Ma in classe sono cresciuto con le battute a memoria di Vacanze di Natale che avrò visto almeno 4 volte al cinema. E poi per me Yuppies è uno specchio degli anni ’80. I fichissimi è Romeo e Giulietta mescolato a commedia all’italiana e Walter Hill con Abatantuono che ha dato il meglio con loro. Eccezzziunale veramente (purtroppo non il secondo) è una tappa obbligata per chi ama il calcio. L’inizio di Il cielo in una stanza su Piazza Euclide è oggi un viaggio nella fine degli anni ’90. Un matrimonio da favola è una commedia corale simile a quella appassionanti matrimoniali statunitensi. Nel loro cinema c’è molto Garry Marshall. E poi thriller come Mystere e Sotto il vestito niente, nel pieno rispetto delle regole del genere ma con dentro una tensione quasi fisica. E l’illusione che il cinema italiano, in altri tempi, poteva contare su molte più star del cinema europeo e americano. E poi Milano. Come la filmavano. Com’era viva nei loro film. Belli e meno belli. Resta in Via Montenapoleone, diventa doppio terreno (l’esterno e la parte sotterranea dove si sta progettando la rapina) in uno dei titoli di cui non si può fare a meno, I mitici. E in tutto il loro cinema, anche io ho il mio film del cuore: Amarsi un po’. La corsa in macchina finale di Claudio Amendola mette ancora i brividi. Con quel montaggio alternato tra Parigi e le nozze imminenti e la strada.

Andrà studiato e ristudiato il suo (loro) cinema. Forse l’occasione sarà il volume curato da Rocco Moccagatta edito da Bietti e l’omaggio a Pistoia a “Presente italiano”. L’invito è esteso a tutti. Anche ai temibili detrattori social.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *