CATTIVE LETTURE – Malapolizia, di Adriano Chiarelli

“E' lo stesso tema che Elio Petri affronta in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. C'è un poliziotto che commette un omicidio, talmente sicuro di farla franca da sfidare le istituzioni che lui stesso rappresenta. Volontè in quel film, è un poliziotto che si sente al di sopra della legge, al punto di credere di incarnarla, la legge. Quando si parla di Cucchi, Aldrovandi, Giuseppe Uva e tutti gli altri, ci si sofferma troppo spesso sulla violenza, sul dettaglio di sangue. Si ignora tutto il resto. Si ignorano i motivi per cui difficilmente un poliziotto va a processo. Il poliziotto è la legge, e quest'ultima non può mandare a processo se stessa”. Sono le parole di Adriano Chiarelli che riassumono molto bene la sua utlima fatica: Malapolizia. Il libro in uscita il 10 novembre per Newton Compton Editore. Chiarelli ha lavorato nel cinema come assistente alla regia di Paolo Sorrentino (L'uomo in più, Le conseguenze dell'amore, L'Amico di Famiglia), Matteo Garrone (L'imbalsamatore) e altri registi.
 
“Ho cominciato a dedicarmi esclusivamente alla scrittura nel 2006 – racconta Chiarelli – come sceneggiatore ho lavorato per La Nuova Squadra,  la fiction poliziesca di Rai Tre. Ho sviluppato con Fox una serie ambientata a Napoli, la mia città, nella quale raccontavo gli intrecci tra musica neomelodica e camorra, in chiave di commedia: si chiamava Sasà Forever
 
Quanto c'è del tuo lavoro di sceneggiatore nel libro?
 
Non so fino a che punto le tecniche di sceneggiatura possano confluire nello stile di scrittura necessario per un libro d'inchiesta.Fatto sta che il racconto di un caso richiede una costruzione, una progressione chiara degli eventi, in modo che siano comprensibili e leggibili.E' sorprendente la forza, lo spessore narrativo degli atti giudiziari che ho consultato. Ci sono giudici che, senza saperlo, nell'esporre i fatti raccontano in realtà delle storie, per quanto terribili e intricate. La tragicità dei casi raccontati nel libro, è fatta della stessa materia di cui si alimentano gli scrittori di genere: giallo, thriller, poliziesco, procedurale.Una sentenza ben scritta come quella del giudice Francesco Maria Caruso, che si è occupato del caso Aldrovandi, si configura già in partenza come una sceneggiatura, perché racconta una storia densa di eventi, in continuo sviluppo, con i "buoni" e i "cattivi", con i colpi di scena, e un finale, che corrisponde alla sentenza. Forse è in questo che si può parlare di "messa in scena", come in una sceneggiatura. Però non si tratta di finzione: è amara realtà. 
 
 
Alcune di queste storie sono già state raccontate anche da documentari. Cosa hai aggiunto e come hai lavorato sull'aspetto 'visivo' della scrittura?
 
Raccontare un fatto di sangue si presta per forza di cose a un'esposizione "visiva", il che non significa scendere in dettagli macabri per il gusto fine a sé stesso di farlo, ma perché è inevitabile. Scorrendo le pagine del libro, è possibile percepire con chiarezza  le sofferenze delle vittime, le violenze e le brutalità commesse da certi appartenenti alle forze dell'ordine. Preservare la grande forza narrativa e visiva degli atti giudiziari è il criterio che ho applicato in tutti i casi che ho trattato. Sarebbe inutile ridurre il tutto a semplici storie di violenza. La violenza (istituzionale) è all'origine, poi c'è il resto: raccontare come i poliziotti si muovono sulla scena del delitto, che è il "loro" delitto, non quello di un comune assassino, aiuta a descrivere il loro stato d'animo, fatto di impunità, omertà, solidarietà negativa tra colleghi.
Ciò per delineare con chiarezza quello che ritengo l'elemento di novità rispetto a quanto finora è stato detto su questi casi: se i colpevoli non pagano, se una morte per pestaggio viene archiviata come infarto, la ragione è da ricercare nei fitti rapporti tra polizia giudiziaria e magistratura.
 
Cosa ti ha spaventato e sorpreso delle carte lette? 
 
Difficile dimenticare le foto delle autopsie, con le relative consulenze dei medici-legali. Una galleria degli orrori. Ogni singolo pugno, ogni singola manganellata, ogni testata nel muro è descritta minuziosamente. E' come se le consulenze dei medici cristallizzassero in eterno la violenza e te la sbattessero davanti agli occhi, dicendo: "ecco, guarda cosa gli hanno fatto".
 
Potrebbe nascere dal libro un'inchiesta o un documentario?
 
Il libro nasce proprio da un progetto di documentario che stavo sviluppando insieme a Fox Italia. Abbiamo dovuto rinunciare e dedicarci ad altri progetti, perché la mole di materiale era talmente vasta da rendere impossibile raccontarla in un'ora e mezza di film. Io non volevo raccontare delle storie ed escluderne altre. Volevo raccontarle tutte, comprese quelle meno conosciute. Per questo l'idea si è trasformata in un libro: non volevo escludere nessuno.
 
Progetti futuri?
 
Ho scritto un film sui nomadi stanziali a Roma, insieme a Francesco Menghini e stiamo cercando finanziamenti. Il titolo è Zoran.
 

  • francesco maggi

    Stasera a Roma alle ore 18 alla libreria Melbook in via Nazionale presentazione ufficiale del libro Malapolizia. Con ospite Ilaria Cucchi, sorella di Stefano.