#CD17 – A Ciambra – L’Altra Faccia della Storia, di Paolo Carpignano

Per me fare un film significa vivere nel luogo, conoscere la gente, sviluppare la storia con loro. Era naturale che Gioia Tauro diventasse la mia residenza, con tutto quello che questo implica: amicizie, conoscenze, piacere” (Jonas Carpignano)

A ciambra” in dialetto calabrese significa “la camera”. Di chiara derivazione francese (“chambre”), il termine identifica più precisamente una capanna fatta con arbusti e vegetazione e, per estensione, un ambiente frugale e spartano, poco accogliente e piuttosto fatiscente. Per gli abitanti di Gioia Tauro è diventato un toponimo che definisce lo sparuto scampolo costiero situato nel quartiere più periferico della cittadina calabrese. Insomma: una decrepita “stanza naturale”, una capanna allargata ed infittita dall’uomo, uno squallido e precario brandello di terra popolato dagli “ultimi”, ai margini della storia. Per ironia della sorte, con un calembour rivelatore ci troviamo di fronte ad una camera, quella cinematografica, che filma una camera, la “ciambra”, appunto. Il padre Paolo documenta il backstage e la metodologia cinematografica che sta dietro la realizzazione dell’ultimo film del figlio Jonas. Non un film qualsiasi, ma la pellicola che rappresenterà l’Italia alla corsa per gli Oscar 2018 e che si è aggiudicata il prestigioso Europa Cinemas Label alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes 2017. È questa la peculiarità principale di A Ciambra – L’Altra Faccia della Storia, documentario presentato in anteprima mondiale al Corto Dorico Film Festival di Ancona, ieri. Paolo Carpignano vive fra New York e Roma ed è professore di Sociologia dei Media presso l’Università “The New School” di New York. Ha scritto, in collaborazione con prestigiosi studiosi, alcuni importanti saggi di sociologia e storia sociale, come Crisi e Organizzazione Operaia (1974) e La Formazione dell’Operaio di Massa negli Usa [1898-1922] (1976). Produttore del cortometraggio A Ciambra (2014) e production manager di Mediterranea (2015), è uno dei fondatori della società Stayblack che ha prodotto nel 2017 il lungometraggio omonimo diretto dal figlio Jonas.

photoAttraverso le testimonianze del trentatreenne regista italo-americano (la madre, afro-americana, è nativa delle Barbados), dei produttori Jon Coplon e Gwyn Sannia, del direttore della fotografia Tim Curtin, dello scenografo Ascanio Viarigi, del direttore di produzione Zac Kershberg e dell’aiuto capo elettricista Gemma Doll-Grossman, ma soprattutto attraverso le espressioni, le azioni-reazioni e il dialogo con i protagonisti della pellicola, la comunità rom della famiglia Amato (il vecchio nonno, papà Rocco, mamma Iolanda, i figli Damiano e Pio) e quella degli immigrati africani (su tutti Ayiva, interpretato da Koudous Seihon) siamo partecipi delle dinamiche e dei processi – artistici, tecnici, soprattutto psicologici e umani – mediante i quali ha preso corpo il film e, in modo particolare, la sua ideazione. Spiega lo scenografo Ascanio Viarigi: “Un film come questo è molto vicino alla realtà delle cose e potrebbe sembrare quasi un documentario, se non fosse che c’è un recitato, c’è una sceneggiatura dietro le spalle, c’è tutto uno studio sulle inquadrature, le luci. Girare all’interno di una comunità che rimane comunque una comunità chiusa, come quella degli zingari della Ciambra di Gioia Tauro, non è stato sicuramente un lavoro facile. Il mio rapporto con la comunità è iniziato molti anni fa e si è approfondito enormemente perché, al di là del film, spesso ho aiutato Rocco e la famiglia Amato a mettere a posto casa, a mettere a posto la cucina. E pure se, come dire, si è instaurato un rapporto, ogni giorno alla Ciambra è un po’ faticoso, nel senso che i bambini ti accolgono sempre come se fosse la prima volta, ti saltano intorno, dicono il tuo nome, vogliono giocare con te, hanno bisogno di contatto umano. E così pure le persone più grandi: parlare, confrontarsi con qualcuno che viene da fuori, le domande, le sorprese”.

Il rapporto tra il giovane autore e la Calabria nasce nel 2010, quando Carpignano si reca in loco per documentare la rivolta di Rosarno, una delle prima rivolte a sfondo razziale in Italia, con il proposito di farne un film. Da questo episodio di cronaca nasce il suo primo cortometraggio, A Chjána (2011) – premiato alla 68 Mostra del Cinema di Venezia nella sezione “Controcampo” – che prende il nome dalla piana di ulivi e agrumi tra Gioia Tauro e Rosarno. E sempre da questo spunto narrativo si sviluppa anche il primo lungometraggio del regista, Mediterranea, incentrato sul viaggio di due giovani migranti del Burkina Faso che si ritrovano a Rosarno, premiato con il Gotham Independent Film Award per il regista rivelazione e con la Piramide d’Oro al Cairo International Film Festival. L’approccio con la “ciambra” non è stato affatto piacevole: il regista vi si recò per la prima volta nel 2011 in seguito al furto della sua FIAT “Panda” sulla quale aveva lasciato l’attrezzatura tecnica della sua troupe durante le riprese di A Chjána. A consigliarlo in tal senso furono i residenti di Gioia Tauro: “quando a Gioia una macchina sparisce, la prima cosa da fare è andare dagli zingari per poterla riscattare”.

jonas-carpignano-696x464Un film, A Ciambra, che ha richiesto anni di preparazione, non solo tecnica, e di assidua frequentazione con la comunità che viene rappresentata. Tre mesi di set, tantissimo materiale girato, relazioni umane complesse e da costruire giorno dopo giorno, soprattutto la consapevolezza di non poter mai davvero diventare parte di questa comunità, “uno di loro”, ma di dover faticosamente conquistarsi la fiducia dei protagonisti. Fondamentale si è rivelato il ruolo di Pio Amato che in precedenza, insieme con il fratello, aveva già partecipato ad un cortometraggio di Carpignano ed era poi stato coinvolto anche in Mediterranea: grazie, infatti, alla simpatia che il giovanissimo rom ha maturato per l’autore e alla sua intercessione presso la famiglia, la comunità si è pian piano aperta ad un approccio più costruttivo. E questo rapporto privilegiato, frutto di oltre tre anni di conoscenza e “familiarizzazione”, emerge chiaramente dal documentario: Pio e Jonas si cercano, si toccano, si coccolano, i loro sguardi si incrociano spesso davanti e dietro la camera.

Il film è tanto la storia di Pio quanto della famiglia Amato, la sua famiglia reale. Questa dinamica familiare è il tessuto connettivo del film. La lunga scena della cena in casa Amato all’inizio della pellicola è emblematica della forma che ho voluto il film avesse, una dinamica corale che circonda e accompagna l’azione del protagonista, Pio. È questa dimensione di famiglia estesa che caratterizza gli Amato, come tutta la Ciambra. Non si è mai trattato di scegliere un attore per recitare una parte, ma su chi puntare la camera in una realtà collettiva già esistente”, ha raccontato Jonas Carpignano a Sentieri Selvaggi. “Dopo aver incontrato i protagonisti, ho cercato di adattare il film il più possibile alla loro vita, mantenendo tuttavia la struttura drammatica del racconto. Il dialogo della sceneggiatura è quasi sempre quello che ho già sentito dire da loro in precedenza. Non penso mai ai miei film come delle storie che rispecchino il più possibile la realtà. Li penso invece come un intervento in una situazione che ha delle potenzialità drammatiche. Intervenendo in una situazione reale il film costruisce una narrazione che la esprime”.

Il regista e la sua troupe hanno tentato di calarsi nell’atmosfera e nelle tradizioni della comunità, pranzando e cenando con i suoi membri, ballando la loro musica, accudendo ai loro bambini. Improvvisazione e taglio documentaristico si fondono, così, nell’atto della stesura di una sceneggiatura: i dialoghi sono, al tempo stesso, natura e artificio, prova tecnica e presa diretta, narrazione reale e finzione. La condizione di analfabeti di gran parte dei rom e la conseguente impossibilità di leggere e memorizzare le battute ha fatto sì che il regista fosse costretto a raccontare le scene in dettaglio ogni giorno. Avviene così che i racconti della comunità diventino spunti di sceneggiatura. Racconta Carpignano: “Il racconto di Iolanda, a cena, su quel marocchino visto in ospedale, lei me lo aveva fatto veramente anni fa: io l’ho preso e l’ho inserito in sceneggiatura perché volevo mostrare il punto di vista dei rom sugli immigrati. Per farglielo recitare ho agito così: dato che vado a mangiare da loro almeno tre o quattro volte a settimana, a tavola, le chiedevo di raccontarmi ancora quella storia. Era un po’ come se stessimo facendo le prove, solo che lei non lo sapeva. In questo modo, quando abbiamo girato la scena, lei era pronta. Diciamo che è stato così per gran parte del film: al momento del ciak sapevo già cosa i miei attori erano in grado o non erano in grado di fare. Insomma, tutto è stato ben calcolato in anticipo e allora sì, in questo senso, abbiamo seguito in maniera precisa la sceneggiatura. È un metodo interessante, ma che richiede un sacco di tempo visto che ogni giorno dovevo spiegare ai miei attori assolutamente tutto di ogni singola scena. Questo anche perché loro non ce la fanno a stare sul set per più di tre, quattro ore”.

1505283121477-a-ciambra-film-romNecessario è stato, infatti, rispettare anche i ritmi indolenti e le giornate di scarsa vena della comunità, non forzando mai i protagonisti e avendo cura di non piegare la loro volontà alle esigenze di un set cinematografico: in questo modo, molti giorni sono trascorsi con la cinepresa inutilmente accesa, quanto meno ai fini della pellicola. Capitava, infatti, che Pio non avesse voglia di recitare e allora il regista lo seguiva con la camera mentre il giovane faceva normalmente le sue cose: anche questo si è rivelato un metodo funzionale alla narrazione, permettendo all’autore di catturare qualche momento particolare e al protagonista di non perdere mai il filo e di continuare a sentire costantemente la presenza della troupe. Racconta il produttore Gwyn Sannia: “Quelli di noi che non sono di Gioia Tauro devono imparare a capire e a rispettare questo luogo. Anche se a volte vuoi fare le cose a tuo modo per il bene del film, devi trovare un equilibrio fra quello che devi fare giorno per giorno e come parlare alla gente di qui, senza turbare alcuni equilibri. E poi c’è la Ciambra, che è un’entità a sé, un mondo a parte. Se pensi di organizzare il film alla Ciambra come faresti per un film normale è un caos assoluto, un incubo. Ci sono dei giorni in cui la gente è disponibile, tutto sembra funzionare, e ci sono giorni invece che sono un disastro. A volte devi fare un passo indietro e prendere le distanze, perché se cerchi di fare le cose come normalmente si fanno rischi di avere un esaurimento nervoso”.

Quando i due film di Carpignano sono stati proiettati in un cinema di Gioia Tauro, ad assistere c’era una folla multietnica composta da residenti calabresi, immigrati africani e zingari. Su un giornale locale c’è stato chi ha scritto che il vero miracolo è stato mettere insieme per la prima volta così tanta gente di estrazione e provenienza diverse, senza tensioni razziali e sociali ma in un clima collettivo festoso e partecipe. Al di là di tutto e al netto di qualche comprensibile defaillance, è proprio quello che emerge dalle riprese del backstage: riuscire a far parlare di accoglienza ed integrazione invece che di emarginazione ed isolamento è già un successo.