#CD17 – This is the way we see the world

Once upon a time a kid… Questo potrebbe essere l’inizio adatto per una storia da sogno. Lui, lei, l’innocenza dell’incontro, la brezza marina e il messaggio segreto da lasciare navigare tra le acque. Una fiaba moderna, insomma, dalla quale lasciarsi rapire, proiettandoci dentro desideri e aspirazioni recondite. Ma la fiaba è prematura, ci sono all’interno buchi neri che l’immaginazione non sa ancora colmare; l’amore tenero tra i due bambini si infrange tra le onde increspate, lei torna indietro e sparisce. «Sometimes i think everything was wrong in my life»: l’amore non ha avuto possibilità neanche sotto le sembianze di rêverie, resta sospeso, fantasmatico.
È così, tra le meravigliose proporzioni esatte di cielo, mare e sabbia, che Francesco Eramo incalza nel suo Once Upon a Time a Kid (2016) un tema decisivo per chi si occupi di arte, appunto la tanto temuta impossibilità di raccogliere e “montare” coerentemente visioni di altri mondi, quelli (non) partoriti durante una notte di folle scrittura dal giovane e catatonico Tom, o quelli che restano allucinati nella mente durante i giorni di isolamento, passati a ripetere parole e gesti identici in un call center come tanti. Tom osserva la sua macchina da scrivere – superstite di un passato in cui ancora c’era qualcosa da potere inventare –, ma l’ispirazione che cerca resta intrappolata nella meccanicità della ripetizione di una voce registrata; non è un caso che, approfittando di un guasto fortuito alla lavatrice – metafora dell’interruzione di una routine, anch’essa automatizzata –, che egli sia in grado di riprendersi un tempo proprio, quello per la scrittura e la creazione: «This is the way we see the world, we said…».once_upon_a_time_title_still
Essenziale, claustrofobico quanto basta per imprimere l’immagine della paralisi creativa, ma anche visionario quando si apre alla fantasia sul mare, il film di Eramo, suo esordio al cortometraggio, parla di quell’impasse di vita che proviene prima di tutto dall’interiorità del soggetto – la posizione fetale con la quale conosciamo Tom nella sua prima apparizione parla esplicitamente –, che gli impedisce di scrivere, ma ancora prima di farsi avanti con la donna della quale è innamorato, ripiegando ermeticamente su di sé. L’impatto con la realtà è, in ciascun caso, fallimentare, e il grigio che circonda l’ambiente di Tom resta traccia evidente con la quale il regista traduce in immagine la solitudine e il senso di perdita del soggetto.
Isolata anch’essa in un mondo che letteralmente non esiste, se non nella sua mente, anche la protagonista di Peggie (2017), di Rosario Capozzolo, vive una condizione di estrema separatezza dal reale: la donna è affetta da demenza, qui prudentemente raccontata “da dentro”, con l’espediente di una soggettiva della protagonista che sembra essere un flusso di (in)coscienza – inframmezzato da vuoti quasi impercettibili e intermittenti – che si trascina dietro tempi e spazi di tutta una vita pregressa.
La macchina da presa è, in tutta la parte iniziale del corto, l’occhio stesso di Peggie e della sua malattia che altera il mondo, con cui si instaura, tuttavia, un’empatia forte, un’immersione totale nella sua condizione. Ma quando lo spettatore “riemerge” da questo mare illusorio, mantiene comunque un contatto diretto con la realtà di Peggie, quella (vera) che ella condivide con l’anziano marito Leo, suo compagno instancabile nel viaggio immaginario attraverso il tempo, nonché solido bastione della sua esistenza disordinata, che Capozzolo mostra sul finale – non a caso – come zelante “riparatore di biciclette”, in un lungo piano-sequenza che restituisce tutta la continuità e densità del tempo reale.
Al contrario, il finale – meravigliosamente inquietante – de La faim va tout droit (2017), diretto da Giulia Canella, fa accedere a un universo chiuso e senza appoggio alcuno, quello del giovane Charles, coinvolto in un rapporto controverso con il cibo e il proprio corpo, anch’egli vittima di visioni non consone al reale che lo estraniano dal mondo e dalla società. Charles è solo più di ogni altro, in casa e per le strade della città; o al limite, si circonda di specchi e bilance per monitorare i progressi del proprio corpo e giudicarsi sempre una volta di più. Non c’è spazio, allora, per una vita di socialità e amori (quelli veri), perché l’unico rapporto possibile – e l’unico che Canella ci mostra, in modo sottile ma incisivo – è quello con un corpo che satura tutto, giganteggiante nella mente del protagonista, gonfio a tal punto da smettere di mangiare o vomitare nelle tazze dei supermarket.
Charles finisce per ricreare nella propria mente l’illusione di un amore con Bijou – voce amica e rassicurante, proprio perché senza un corpo ingombrante – e, nella ricerca della figura della donna al parco, sembra racchiudersi in realtà la ricerca intima del sé, o al limite di un altro che possa venire a liberarlo da quel corpo-mondo scomodo che vorrebbe non appartenergli.
Desiderio di liberarsi, dunque, da una condizione – che nasce innanzitutto nella mente – o da una vita irrimediabilmente senza speranze: proprio come in Piove (2017), di Ciro D’Emilio, che in poco più di sette minuti racchiude un mondo e una storia potenti, di grande sofferenza – seppure qui interrotta da un momento di gioia incondizionata per la pioggia, che ci spiegheremo solo nel finale sorprendente – e di solitudine, racchiusa tutta in quelle inquadrature strette sul volto di una delle quattro ragazze, sguardo basso e musica alle orecchie, a isolarla dalla strada dove si trova per necessità, o più per disperazione. Dal tripudio di felicità, danze e colori esplosi sotto il temporale estivo, il regista sposta l’attenzione sulla realtà di miseria che accomuna molte giovani, migranti e non, costrette alla prostituzione ma dentro rimaste innocenti bambine, con tutto un loro mondo di sogni e speranze che riemerge proprio cantando sotto la pioggia.1-1218-04092017153851piove003
D’Emilio scruta con sguardo “poetico”, ben attento a luci, ombre e colori, dentro la casa-bunker delle ragazze, ci mostra la gioia nei loro occhi quando guardano la pioggia salvifica dalla finestra, i dettagli dei loro corpi curati e pronti per il lavoro. Con fare delicato e potente alla pari, questo corto incontra quattro umanità sole e disperate; ma sui credits finali sentiamo di nuovo lo scrosciare della pioggia e i loro canti di felicità ad accompagnarla, segno di rinascita e sospensione di quel vivere sciagurato.
Finché c’è la pioggia può esserci speranza, probabilmente; e finché c’è il mare può esserci vita: così, ci sembra che il film di Francesco De Giorgi, intitolato appunto Finché c’è il mare (2017), voglia ergersi a inno di amore e coraggio, ma soprattutto di fedeltà alla vita, nonostante Sandro abbia perso l’uso delle gambe per una pazzia da ragazzo e nonostante Totò, suo migliore amico di sempre, provi ancora a distanza di anni un profondo senso di colpa per quella tragica giornata al mare. Ma è proprio quello straordinario panorama salentino a unirli da tutta la vita; e poi le birrette in spiaggia, le partite al biliardino con i compagni, le corse in macchina, i tentativi di abbordaggio delle ragazze-galline, la lingua stessa – il senso della parola “amici” che cambia a seconda della provenienza, come insegna la voice over iniziale – che li incide intimamente e li amalgama in un duo che non si può scalfire.
Sandro e Totò testimoniano con la loro storia della forza dell’amicizia, e di come due solitudini che il tempo e le distanze avrebbero contribuito ad alimentare, sanno infine ritrovarsi insieme, proprio lì davanti al mare, dove i due bambini immaginati dal protagonista di Eramo si erano invece perduti per mancanza di immaginazione e fiducia l’uno nell’altra. Qui, al contrario, Sandro sa di potere contare sull’amico, si lancia quindi in acqua e torna di nuovo a nuotare nel suo adorato mare del Salento, (ri)battezzandosi alla vita. Il regista sa, però, come stemperare bene la drammaticità della storia, con un finale delicato e toccante, che riscatta entrambi dal trauma passato e apre la coppia al futuro.
Se la solitudine può essere vinta grazie a un’indissolubile amicizia, questo vale anche se quell’amicizia riveste – un po’ come una maschera – qualcosa di più profondo, forse un amore, una complicità che funge da sostegno nei momenti di peggiore sconforto. Il corto Mon amour, mon ami (2017), di Adriano Valerio, già autore conclamato a livello internazionale (37°4 S, Banat – Il viaggio), racconta di un legame che, in qualche modo, si nasconde da se stesso, che dall’interesse personale trapassa verso una riva opposta facendosi sentimento vero e proprio, che spaventa appunto e può lasciare senza parole – il finale è silenzioso e volutamente sospeso, con la coppia inquadrata di spalle e abbandonata dalla macchina da presa.
Fouad lui, Daniela lei: tra di loro un oceano di silenzi, premure e tacito affetto – il momento iniziale del trucco è quanto di più esplicito a riguardo –, consapevoli entrambi che l’amore può avere tante sfaccettature, ma basta accettarle e abbandonarvisi, senza troppe parole a far da scudo, come forse è il caso di Daniela, voce (quasi) narrante della storia di entrambi.
Vedremo, allora, la donna immersa in un racconto frammentario tutto condensato sul suo volto; e l’uomo, invece, mirabilmente assorbito dal paesaggio cupo di Gubbio, perso nell’attesa di sposarla, ma stavolta per amore. Lo spazio di Valerio si fa panorama accurato di luci, tra candele, led colorati, decorazioni natalizie; una luce che forse auspica a divenire metafora di una ricerca, per entrambi i protagonisti, di se stessi e dei propri reali sentimenti, nello spazio – sempre troppo buio e intricato – del vivere quotidiano.
Solitudini sparse dappertutto, allora. Ci sembra di vedere ovunque soggetti fantasmatici vagare in spazi desertici e senza confini – la nebbia di Valerio –, che non sappiamo mai con certezza se essere reali o immaginati, in bilico tra la finzione e la “costruzione più vera”. Tabib (2017), per esempio, nasce da una storia realmente accaduta, quella dell’“ultimo pediatra di Aleppo”, il Dr. Mohamed Wasim Maaz, rimasto ucciso durante un bombardamento aereo sull’ospedale di Al Quds dove prestava servizio. Il corto, diretto da Carlo D’Ursi, qui al suo esordio come regista, inizia e finisce con immagini d’archivio colte dalle telecamere di sicurezza dell’ospedale, e in mezzo campeggia la ricostruzione finzionale dell’incontro – raccontato con estremo senso “pragmatico” che restituisce tutte le difficoltà di un’operazione sotto bombardamento – tra il medico e il ragazzo che si rifiutò di abbandonare, a costo della propria stessa vita. Il dramma del medico è quello di Aleppo, dei suoi bambini, di tutta l’umanità sotto stato di assedio che si trovi a scegliere e della vita e della morte imminenti, la propria e di quella di altri innocenti. Il regista incastra con maestria i pezzi di una storia – e della Storia – le cui immagini sono quotidianamente in circolazione, perdendo di urgenza e potenza, restituendo loro in questo contesto la loro natura orrorifica e d’alto valore testimoniale.e462907c90b6e35d72de91ece9f1b2724e55b287-confino-nico-bonomolo-jpg-7109-1510225093
Anche Nico Bonomolo, con il suo pluripremiato Confino (2016), dimostra di conoscere il valore di un’immagine, il senso che vi si trattiene dentro e gli effetti sorprendenti che può determinare, nel bene e nel male. Il suo protagonista in esilio è l’incarnazione stessa della solitudine, così come la sua immaginazione è, ancora una volta, la casa che abita per allontanarsi dalla propria (reale) condizione infelice; l’amore – anche se solo accennato – diventa un’altra volta una via attraverso la quale trovare redenzione. Ma poi, in fondo, in ciascuno di questi casi – proprio come ci mostra in modo magico Bonomolo – è il cinema stesso quel sogno vero che viviamo staccandoci dal mondo e liberandoci da ogni confine. This is the way we see the world, we said…

 

Scrivi un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *