#CD17 – Vergot. Cecilia Bozza Wolf al Corto Dorico

All’inizio di Vergot - documentario della regista trentina Cecilia Bozza Wolf, presentato nella sezione Salto in lungo al Corto Dorico Film Festival, due ragazzi giocano nell’acqua. Forse è un laghetto, oppure un fiume insolitamente calmo. Forse è l’alba, oppure un tramonto d’inverno. Il flusso dell’acqua lo determinano loro, a volte circolare e uniforme, a volte irrequieto; entrambi si muovono come se fosse un balletto, una persecuzione, un’avvicinarsi per poi scappare subito. C’è una certa ambiguità nell’ambiente, nel definire lo spazio/tempo, nel capire quale sia il rapporto tra loro; ma questa non è un’inquietudine che deva essere per forza risolta. Quel momento basta. Lì, c’è tutto per far sì che l’immersione sia totale. Poi, uno dei protagonisti si guarda intorno e rivela la prima traccia: “Mio piccolo fratello…”.

Gim e Alex appartengono a una famiglia di contadini e abitano in un paese perso nella vergot2valle alpina, sotto la tutela di un padre eccentrico, autoritario e tradizionalista – detto anche “il lupo” – e una madre invisibile, che entra in scena soltanto attraverso piccoli messaggi scritti su pezzi di carta. La loro quotidianità trascorre tra lavorare nelle vigne accanto al padre e osservare le montagne vuote, in un posto dove tutti parlano un dialetto stretto e irraggiungibile. Gim, 19 anni, ha appena scoperto di essere omosessuale, ma nuota controcorrente in un ambiente dove nessuno, a partire da suo padre, accetta questo fatto. Suo fratello Alex diventa la pietra angolare della triade, l’unica persona in cui Gim trova un certo conforto, ma che allo stesso tempo è diviso tra la necessità di andare avanti e la permanenza della figura del padre come unica traccia, quasi sparita, di una tradizione.

vergot3Mentre Cecilia Bozza Wolf si introduce in modo assoluto nel corpo di Vergot – parola che in dialetto trentino significa “qualcosa”, ogni immagine, ogni inquadratura, diventa una forza della natura. Un racconto che si muove con la naturalità dell’acqua, ma che si lascia anche trascinare dalla brutalità delle montagne, dalla solitudine delle vigne nude in inverno, dalla nebbia che avanza senza sosta e rende la visibilità – e le possibilità – ogni volta più ridotte. Più che un film sull’isolamento, l’omosessualità o la fragilità dei rapporti umani, Vergot racconta la vulnerabilità del corpo cinematografico, che si costruisce attraverso storie vive e rileva ogni volta di più la sua condizione organica, come un pezzo di terra che si spoglia in inverno per poi ricostruirsi in primavera. Bozza Wolf, però, segue questo flusso senza perdere chiarezza, senza staccarsi mai dai personaggi e dalla più brutale verità, perché è diventata parte di loro. Respira e vive Vergot in ogni fiato, facendo sì che questo “qualcosa” si renda anche una definizione di se stessa.

Al Corto Dorico Film Festival, la regista continua a raccontarsi attraverso Vergot, prodotto dalla ZeLIG di Bolzano. Dopo la proiezione del documentario, Cecilia spiega da dove è nata la necessità di riprendere questa storia: “Sono cresciuta in una valle in un piccolo paese in Trentino, in mezzo alla montagna. Mi è interessato perché quando ero adolescente, ho scoperto che tanti che vivono in montagna, in questi posti isolati, rischiano di diventare alcolizzati da giovanissimi. Lì non c’è altro da fare, non c’è il cinema, il teatro, non ci sono eventi, quindi c’è una cultura del bere. C’erano due possibilità: attaccarsi al tavolo del bar, oppure formare una rock band. Così ho conosciuto Grim e Alex, che suonavano entrambi, ed ho cominciato a frequentarli”.

Ci sono voluti quasi tre anni per riuscire a creare una vera intimità: “Loro non volevano essere filmati, e all’inizio non potevo nemmeno parlargli perché sono molto chiusi. Gradualmente è nato questo rapporto; sono la prima persona a qui Gim ha detto di essere gay. Prima ho provato a riprenderli come un gioco, stavo con loro e mi portavo la macchina da presa con me. Poi si è creata una abitudine, per far sì che questo non fosse qualcosa che creasse distacco. Dopo due anni e mezzo e un sacco di materiale, ho capito cosa stava succedendo con loro e ho costruito la storia, sempre facendogli vedere tutto, ogni immagine, ogni ripresa”.

La scelta della parola Vergot, dice Cecilia, non riflette soltanto sulla incapacità di comunicarsi anche se si parla lo stesso dialetto, ma sulla condizione irraggiungibile della realtà: “La parola vergot nel loro dialetto significa “qualcosa”, ma in realtà è un “qualcosa” con molte sfumature che si usa tantissimo. Quando ho iniziato ad entrare in questa storia, in questa famiglia, ho pensato non riuscirò mai a raccontare tutto, ma soltanto un “qualcosa”, un frammento, una storia che può succedere. Poi, volevo ritrarre la montagna in un altro modo, perché spesso i film sulla montagna sono sullo sport, sul natale, vacanze, un posto dove sempre si sta bene. Volevo far vedere che può essere anche un posto triste, complicato, dove i genitori sono tradizionalisti, dove magari c’è tanta violenza fisica come può esserci nella periferia di una città, e visto che le persone sono molto chiuse hanno paura di mostrare questo”.


Ma fino a quando continua la storia e come riconoscere la fine? Come sapere vergot5quando staccare lo sguardo?Ci sono dei produttori che ti dicono che è ora di finire il film, altrimenti si potrebbe andare sempre avanti”, dice Cecilia. “Dopo aver finito volevo continuare a girare, sono successe molte cose, continuiamo ad essere amici e a stare insieme, loro sono diventate persone importanti nella mia vita. Per quando riguarda il quando bloccarsi, alcuni pensano che è stato poco etico riprendere Gim mentre piangeva… ma era tutto parte di un accordo, io l’avevo visto piangere tante volte e lui sapeva benissimo che se non voleva che io continuassi bastava dire stop. Alla fine, anche loro hanno preso le riprese come una sorta di terapia, si sono lasciati andare… più che far fatica e provare a distinguere tra fiction e documentario, per me esistono soltanto dei film. L’unica cosa che conta è che l’emozione sia reale”.