Cinema, elisir di lunga vita. La serie “Tutto Totò”

Cinquant’anni di teatro comico italiano dal primo novecento ad oggi, un’antologia a puntate, commedia dell’arte, varietà, rivista, avanspettacolo, prosa dialettale preceduta da una discussione a quattro: autore, attore, critico e impresario, ecco l’idea che mi rimugina ed il lavoro col quale mi presenterei sui teleschermi anche domani“.

Difficile, forse impossibile, parlare di Totò senza risultare retorici o peggio superflui. Assumendoci il rischio che il fosso, se non la voragine, sia alle porte e, quindi, inevitabile, proviamo a parlare di un altro “principe della risata”, o meglio di quei lavori che lui stesso non ebbe la (s)fortuna di vedere e che fan, demolitori e indifferenti, se mai siano esistiti, ricordano come omaggio che lui stesso decise di porgere alla sua carriera. In effetti di questo si trattò, soprattutto a fronte di condizione psicofisiche tutt’altro che ottimali. Una serie di dieci episodi dal titolo Tutto Totò, diretti da Daniele D’Anza e a cura di Bruno Corbucci. Girati fra il maggio e il settembre del ’66, la messa in onda ne fu ritardata a causa della censura. L’episodio “Il tuttofare” venne rifatto e il piano di lavoro si trascinò a tal punto che l’attore non poté mai goderne i frutti, mentre altri due segmenti, “Totò Ciak” e “Totò a Napoli” presentano lacune audio per cui gli autori si videro costretti a ridoppiarli con un imitatore del Principe. Premesse poco gaudenti per un personaggio che nel bene e nel male si è guadagnato una posizione nella storia di cinema e teatro. Ma le correnti che si distanziano dal plebiscito forse sono quelle che racchiudono semi di interesse. Un Totò “mezzo ciecato”, come si dice a Napoli, eppure ancora in carreggiata. Una maschera che non vuole essere riposta, pure nella consapevolezza, azzardiamo l’ipotesi, che la qualità non sarebbe stata massima e il fulgore era lì per estinguersi.

Rai Premium ci ha regalato tre fette di questa colomba nella programmazione pasquale: il sopracitato Tuttofare, il Latitante e il Grande Maestro. Il latitante è uno special televisivo ispirato al soggetto di un film mai realizzato, Le belve, scritto nel ’64 da Bruno Corbucci e Gianni Grimaldi. Gennaro La Pezza, ladro di professione, torna in libertà dopo un periodo di detenzione e ricomincia subito a truffare il prossimo. Le sue vittime non si contano, ma Totò è così divertente che il pubblico parteggia per il ladro. Non sempre, almeno nel campo dello spettacolo, l’onestà è redditizia. Il latitante fu trasmesso per la prima volta il 4 maggio 1967 sul Programma Nazionale. Il soggetto e la sceneggiatura de Il Tuttofare, anch’esso in onda sullo stesso canale, fu affidata a Sergio Corbucci e Michele Galdieri, ma vi collaborò anche il comico, riproponendo lo sketch de “Il parrucchiere per signora”, tratto dalla rivista Bada che ti mangio di Michele Galdieri. L’ascolto fu di sedici milioni di spettatori.

Non che la qualità spicchi rispetto agli altri episodi; si tratta pur sempre di un simil 17952856_10156197237649616_4242231989216458295_nriciclaggio, ma si riesce ancora ad intravedere quella bellezza che ad oggi ci fa restare con gli occhi incollati agli schermi quando il Principe appare, ruba le luci e inizia a cantare con la sua prosa. Tornare a Napoli anche quando si è a chilometri di distanza. Ricordarsi di come al funerale di tuo nonno, ai tempi in cui specchi televisori e “aggeggi elettrici vari” andavano “stutati” tua nonna chiese di piangere il marito andatosene nello stesso giorno dell’attore con la tv accesa. Bisognava assistere almeno un po’ a quelle immense esequie. L’apparenza o meglio il rispetto della tradizione perdurava: l’audio era abbassato, però si doveva buttare un occhio, si doveva almeno sbirciare l’ultimo viaggio di Totò, quello più triste, quello anche più felice, perché Napoli non avrebbe MAI potuto perdersi la scena, quella che tante volte lui era riuscito a tenere.

Il ricordo che ho di Totò è un ricordo più umano che professionale, perché per l’amicizia particolare che si era creata tra di noi, per il suo carattere enormemente dolce, enormemente generoso – aveva la gentilezza e la squisitezza di modi un po’ perduti, un po’ scomparsi – soprattutto per questo motivo ho fatto questa antologia dei suoi sketch vecchi e nuovi che personalmente, come regista, non mi interessavano molto, doveva essere più che altro un omaggio. Totò stava già piuttosto male, poteva lavorare poco, solo quattro ore al pomeriggio, ci metteva tantissimo per doppiare, perché vedeva pochissimo, vedeva solo frammenti sullo schermo. Mi sembrava doveroso cercare di lasciare uno specie di album fotografico di lui, non è stata una regia nel vero senso della parola. Egoisticamente mi dispiace di non aver avuto invece l’occasione di lavorare con l’autentico Totò.” (Daniele D’Anza)