Codice tennis (o come il cinema ha perso il set)

Premetto che il titolo di questo pezzo non allude a nessun tipo di speculazione. il cinema ha perso il set nei confronti del tennis. Mi spiego, o almeno ci provo. Due film hanno destato l’attenzione degli appassionati del gioco (e/o del cinema) in questo 2017, La battaglia dei sessi e sopratutto Borg vs McEnroe Notevole come coincidenza. Poi però mi viene segnalato un libro dagli amici in redazione (p.s. avete fatto bene) ‘Tennis al cinema – la prima guida ragionata allo sport dei gesti bianchi passato sul grande schermo’ di Claudio Nobile (Edizioni Efesto). Non è la prima pubblicazione che si occupa di questo legame, ma ha delle grandi qualità. Intanto è un libro ricchissimo, un lavoro encomiabile e certosino, capace di sorprendere anche il più competente dei tennisti-critici e lanciare la memoria in una gara estenuante con titoli e autori. Scopro ad esempio che dal 2001 al 2017 sono usciti titoli con la presenza del tennis (centrale o marginale) pari a quelli prodotti nei venti anni precedenti. Questo sport è quindi da sempre nell’immaginario filmico di sceneggiatori e registi. “Dal 2010 al 2017 di film tennistici ne sono usciti ben trenta”, ci spiega l’autore nelle prime pagine parlando di ‘flirt’ tra la settima arte e questo sport. Ho scoperto almeno 200 titoli. Boom.

Il tennis da tempo sta giocando un interminabile doppio con la letteratura e, possiamo dirlo ora ad alta voce, anche con il cinema. Ho rubato questa espressione ad un maestro come Gianni Clerici, come si fa con i più grandi quando vorresti imitarne il colpo perfetto ma non ti riesce quasi mai. Perché il tennis è un morbo, e se l’hai contratto da piccolo te lo porti dietro tutta la vita. Non basta praticarlo fino allo sfinimento, seguirlo dal vivo e sui media, farne argomento di discussione e discettazione su twitter, maneggiarlo con sapiente passione. Il tennis riuscirà comunque e sorprenderti, sempre. Travalica il limite fisico dello spazio-tempo per trascendere. Siamo in zona David Foster Wallace (Dfw), l’Emilé Zola del tennis, e il suo “tennis come esperienza religiosa” (è il verbo fra la conventicola degli intellettuali con i calzoni corti). Il doppio, si diceva, tra i gesti bianchi e altri linguaggi ha compiuto negli anni ’90 la moderna metBlow upamorfosi (tecnica e estetica) che (ri)conosciamo oggi. Così vedere passare in sala nel 2017 due pellicole come La battaglia dei sessi e sopratutto Borg vs McEnroe che raccontano un tennis del passato (o passato sarebbe meglio) appare un magnifico scherzo semantico a questa metamorfosi. Come se le epiche battaglie tra Sampras e Agassi, Roger Federer e Rafa Nadal non fossero mai esistite.

Perché raccontare una sfida memorabile, ma lontana nel tempo per diverse generazioni, come la finale di Wimbledon 1980? E non quella del 2008 tra Federer e Nadal, ancora viva nel ricordo degli appassionati? Quest’ultima anche esempio perfetto di opposti. Di genio e ispirazione. La risposta non è solo nel valore, indiscutibile, dei protagonisti Borg e Mac. Nel loro essere già nella storia, non solo sportiva ma sociale e quindi patrimonio condiviso di ultra quarantenni che si dannavano sui campi con le racchette di legno e le fascette in testa prima e poi con la gara ai materiali più tecnologici e alle ultime magliette della Nike dopo. La risposta è che quella rivalità ha diviso gli appassionati, li ha trascinati ed esaltati. Era già una meravigliosa storia da raccontare. Al di là del linguaggio scelto, chi se ne frega se è il cinema, il teatro o un articolo. Dopo quasi 40 anni è “ancora un paradigma” e un “duello perfetto” ha scritto Aldo Spinello nella recensione di Sentieri Selvaggi. “L’eroe e il villan”, sta a noi decidere da che parte stare. Recita o gioca (play!)Sverrir-Gudnason-e-Shia-LeBeouf-volti-di-Borg-e-mcEnroe-nel-film

Pur riconoscendo le ottime intenzioni del film di diretto da Janus Metz Pedersen, con i bravi Shia LaBeouf e Sverrir Gudnason, credo che rimanga una zona d’ombra nel tennis (ma in molti sport raccontati sul grande schermo) che non sia riproducibile (filmabile?) in termini oggettivi. Un fuori campo (scusate la deriva) insensibile alla registrazione su un dispositivo. E’ quella parte trascendete di cui parla Dfw, “Impossibile descrivere concretamente la bellezza di un fuoriclasse“, scriveva. Ci possiamo arrivare vicino, quasi sfiorarla ma mai ricostruirla perché la potenza e l’aggressività “rese vulnerabili dalla bellezza” riescono a farci sentire ispirati e (in modo fugace, mortale) riconciliati”. E’ lo stesso regista Janus Metz a svelare che “questo è un film sulla condizione umana. Quello che mi ha interessato della sceneggiatura – ha spiegato in conferenza stampa a Roma – non è stato mai il tennis ma vedere come le persone si possano spingere per raggiungere un obiettivo, un sogno, e diventare campioni mondiali”. E’ dunque bellissimo giocare (to play) o recitare (to play) un set (!). Ma staremo sempre un passo indietro alla pallina.

P.S. Mentre scrivo questo pezzo Jimmy Connors su Twitter ha annunciato la morte di Pancho Segura (96 anni). Se ne va anche una delle mie tenniste preferite, talento e fragilità, Jana Novotna. Boris Becker fa 50 anni. Il tennis è davvero il gioco del diavolo.

2 commenti

  • Esiste davvero un film sugli sport che sappia davvero esprimere la vera essenza di questa esperienza un po’ più e un po’ meno che umana? Per quanto buono anche Borg McEnroe non sfugge a certe mediazioni spettacolari privandoci del senso ultimo. E sì che di fuoricampo gli sport ne han da vendere

  • Esiste davvero un film sugli sport che sappia davvero esprimere la vera essenza di questa esperienza un po’ più e un po’ meno che umana? Per quanto buono anche Borg McEnroe non sfugge a certe mediazioni spettacolari privandoci del senso ultimo. E sì che di fuoricampo gli sport ne han da vendere.

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