COMICS – Un treno che mai si fermerà: Le Transperceneige (Snowpiercer), di Jacques Lob, Jean-Marc Rochette e Benjamin Legrand

"Percorrendo la bianca immensità di un inverno eterno e ghiacciato, da un capo all’altro del pianeta, corre un treno che mai si fermerà… E’ lo Snowpiercer dai mille e uno vagoni.”

 

Comincia così La morte bianca, primo capitolo della saga di Le Transperceneige (gli altri due sono Il geoesploratore e La terra promessa) fumetto nato nel 1983 dalla fantasia di Jacques Lob e Jean-Marc Rochette: un progetto concepito in realtà diversi anni prima da Lob e Alexis (nome d’arte di Dominique Vallet), per il quale furono realizzate soltanto sedici tavole a causa dell’improvvisa scomparsa di quest’ultimo, avvenuta nel 1977 a soli trentun anni. Solamente cinque anni più tardi, grazie all’incontro con Rochette, Lob decise di ricominciare il lavoro daccapo per realizzare una piccola pietra miliare della storia del fumetto di fantascienza. Lob muore nel 1990, ma la sua creatura gli sopravvive: affiancato da Benjamin Legrand, Rochette realizza i due capitoli successivi e, in una recente intervista, lascia intendere che forse la corsa del loro transglaciale non è ancora terminata… L’uscita di Snowpiercer di Bong Joon-ho è quindi un’ottima occasione per poter godere anche in Italia di questa opera, della quale ai tempi fu pubblicato solamente il primo capitolo (a puntate, sulle pagine della storica rivista Totem); oggi è possibile leggere la saga nella sua interezza grazie a Editoriale Cosmo, che ha appena distribuito nelle edicole un pratico volume in edizione economica (il classico formato bonellide, per intenderci), senza per questo sminuire la potenza evocativa delle tavole originali.

 

Delle tre storie, la più importante è certamente la prima: La morte bianca rimane un piccolo gioiello che, riletto dopo più di trenta anni, non perde nulla del proprio fascino. Esplicitamente debitori del monumentale L’eternauta di Héctor Oesterheld e Francisco Solano López, gli autori realizzano un fumetto distopico dall’alto potenziale allegorico, nel quale è possibile ritrovare le coordinate di una riflessione politica e sociale che ancora oggi sembra avere molto da raccontare ai propri lettori.  A seguito di un’arma climatica che ha trasformato il pianeta in un’infinita distesa di neve e ghiaccio, i pochi esseri umani sopravvissuti hanno trovato rifugio in un enorme convoglio ferroviario (lo Snowpiercer, appunto), percorrendo in continuazione lo stesso lunghissimo tragitto alla ricerca di qualche centro abitato scampato alla catastrofe. All’interno del treno vige una rigida suddivisione in classi sociali: la parte posteriore è riservata alla popolazione povera, costipata in vagoni fatiscenti ed abbandonata a sé stessa; nella parte centrale sta il ceto medio e più avanti, progressivamente, le alte cariche militari (unica autorità rimasta) e gli aristocratici. In più, vagoni destinati al bestiame, alla coltivazione di ortaggi e allo svago dei più ricchi (compresi dei bordelli), fino ad arrivare alla locomotiva: vero e proprio centro nevralgico di tutto il sistema, ma anche un luogo destinato a rimanere un mistero per gli abitanti delle carrozze posteriori. Fino a quando Proloff, un reietto stanco della miseria e delle malattie della sua gente, tenterà di risalire l’intero convoglio rischiando la propria vita pur di scoprire la verità. Lob e Rochette hanno le idee fin troppo chiare sul mondo e la politica, e l’universo del loro Snowpiercer dai mille e uno vagoni è una metafora della contemporaneità che più esplicita non si potrebbe: ribaltando la struttura dell’organigramma della società da verticale ad orizzontale, la sostanza non cambia di un millesimo: e così Le Transperceneige racconta ancora di potere perpetuato attraverso la bugia e la forza, utilizzando la fantascienza come invincibile chiave di lettura nonché strumento poetico dal potenziale vastissimo e ineguagliato. Quello che colpisce maggiormente è senza dubbio la componente filosofica permeata di pessimismo: questa rappresentazione di un’umanità costretta a girovagare all’infinito, senza meta, in attesa di una fine che non si sa come e quando arriverà, è il ritratto di un mondo già giunto al capolinea, il cui moto perpetuo non è fonte di vita (la santa loco invocata da sedicenti predicatori religiosi, in realtà sfruttatori delle credenze e superstizioni dei più deboli), bensì solamente il tentativo di allontanare e posticipare una morte già avvenuta da tempo. Le dinamiche e le relazioni tra potere temporale e spirituale sono quindi perfettamente sintetizzate in appena centodieci pagine di racconto, senza sbavature o lungaggini: La morte bianca è un viaggio rapidissimo e conciso, che riassume in sé il meglio della fantascienza distopica in funzione della riflessione sociale.

 

Un capitolo autoconclusivo e indipendente dai successivi due (che saranno uno il seguito dell’altro), nonché fonte di ispirazione primaria per il film ora nelle sale; da sottolineare però come la sceneggiatura di Bong Joon-ho e Kelly Masterson faccia riferimento solamente all’assunto principale del fumetto, preferendo intraprendere uno sviluppo completamente diverso. Rimane la suddivisione in classi sociali, la funzione primaria della locomotiva e il viaggio orizzontale verso di essa: ma cambiano completamente tutti i personaggi, facendo a meno anche della componente sentimentale e sessuale, ben presente invece nell’opera del 1983.  Il geoesploratore e La terra promessa espandono invece l’universo originario, immaginando un treno parallelo allo Snowpiercer, il Wintercrack: qui il modello di riferimento è prevalentemente 1984 di George Orwell, trasformando i vagoni del convoglio in una sorta di regno soggiogato al potere del Grande Fratello. La popolazione viene tenuta sotto controllo attraverso i telegiornali, il sorteggio di premi e videoproiezioni in grado di trasportare gli spettatori in qualsiasi epoca del passato, tramite una sorta di cinema tridimensionale . Qui seguiamo le vicende di un geoesploratore (coloro che escono dal treno per la manutenzione, ma anche in cerca di opere d’arte da destinare agli esponenti delle classi più agiate) e della sua rivoluzione per arrivare alla locomotiva, nel tentativo di raggiungere la fonte di un segnale musicale che potrebbe arrivare da un avamposto di sopravvissuti. Altrettanto pessimisti del primo capitolo, ma anche meno lucidi e compiuti nello svolgimento, i due seguiti di La morte bianca peccano per eccesso di carne al fuoco, ma stupiscono  ugualmente per inventiva e capacità visionaria. Forse un materiale narrativo che avrebbe meritato una costrizione meno evidente, anche perchè le tavole di Jean-Marc Rochette (che questa volta utilizza una maggiore tonalità di grigi rispetto al 1983) non sempre dimostrano quella chiarezza espositiva alla quale ci aveva abituati. Ma anche così, Il geoesploratore e La terra promessa si confermano la dimostrazione che un fumetto di alto livello è sempre possibile, nonostante l'ostracismo (tutto italiano) nei confronti di questa arte considerata ancora minore, per non dire infantile.