"Complicare e scompaginare la scrittura": incontro con Massimo Gaudioso

Massimo Gaudioso

«Io voglio sempre scompaginare il compitino “cinema”. Conosco le varie teorie manualistiche sulla scrittura filmica, ma quando si scrive una sceneggiatura entrano in ballo tante altre cose, e io mi faccio trasportare da quelle». Esordisce così Massimo Gaudioso davanti alla platea degli studenti di Sentieri Selvaggi. Esordisce con una frase secca, inequivocabile, che inquadra perfettamente sia il suo percorso umano e artistico, sia il suo affascinante modo di “raccontarlo”. Lo sceneggiatore Gaudioso nasce un po’ per caso dal desiderio frustrato del regista Gaudioso, schiacciato dalle bizzarre dinamiche del sistema produttivo italiano. Nasce quindi da quella attitudine alla “resistenza”, alla reinvenzione continua di se stessi che ogni uomo di cinema in Italia conosce bene: perché «nel nostro paese vige il sistema del tutti contro tutti, e non c’è molto spazio per cose come la riflessione o le domande. Bisogna essere condottieri corazzati, altrimenti…la vedo dura!». Ecco, il suo disincantato e ironico modo di raccontarsi credo sia una delle lezioni più preziose per uno studente di cinema. Il pluripremiato sceneggiatore di Gomorra, coautore dei film del più “Autore” dei giovani registi italiani (ovviamente Matteo Garrone), non nasconde niente delle difficoltà e delle “casualità” di cui è fatto il suo mestiere. Le vicissitudini dell’uomo che «doveva mantenere una moglie e due figli», unite all’ufficialità dello sceneggiatore odierno «due volte vincitore del David di Donatello», creano un’ossimorico e salutare straniamento in chi ascolta. In chi “aspira” a scrivere i Gomorra del futuro. Ti aspetti insomma un "cattedratico" sceneggiatore intellettuale, e ti ritrovi invece un illuminante compagno di percorso con cui parleresti per ore.

 

   Ma da dove parte la scrittura di Massimo Gaudioso? La sua stella polare è una sola, la “ricerca”: «ammiro molto chi riesce a scrivere solo ricorrendo allaGomorra fantasia, ma io proprio non ci riesco. Devo fare mille ricerche, anche inutili a volte, ma mi servono per avere sicurezze in ciò che faccio». È illuminante avere quest’altra prospettiva sui film di Matteo Garrone, un regista che fa del set e del montaggio la sua vera scrittura. Gaudioso non nasconde assolutamente che «lavorare  per Matteo è un work in progress continuo, una scrittura giorno per giorno», ma la scrupolosa ricerca precedente è come un terreno fertile in cui «tutti, attori compresi, possono muoversi con libertà. Ma sempre all’interno di quei paletti che io e Matteo stabiliamo prima». Il vero lavoro diventa pertanto quello di “complicare” ogni idea, ogni fatto, ogni spunto che la vita propone. Perché la scrupolosa etica di Gaudioso che parte sempre dalla documentazione e dallo «scrivere solo se si conosce bene ciò di cui si scrive», si fonde felicemente con la refrattarietà di Garrone per  immagini o tematiche “solite”: «Matteo rifugge ogni cosa già vista o sentita, è allergico a ogni schema o ridondanza. Addirittura gira i suoi film in sequenza cronologica per preservarsi ogni evenienza, ogni strada nuova da intraprendere». L’evidente potenza visiva dei film di Garrone nasce anche da questo peculiare processo di scrittura e di produzione che è sicuramente anomalo in Italia. E che, come Gaudioso ammette ironicamente, «sarebbe assolutamente impossibile, anche da proporre, in una realtà come quella americana».

 

   Il CaricatoreRivedere poi, a fine serata, il suo primo film da sceneggiatore e co-regista, Il Caricatore, è stata una perfetta chiosa al suo lungo intervento. Perché ne ha chiaramente rintracciato le radici già in partenza, già al tempo «dei cortometraggi in 16 mm fatti tra amici». La frase che come un mantra ironico viene ripetuta ossessivamente da uno dei protagonisti: "No! Non si fa così! Il cinema è un'altra cosa…", segna quasi un abbraccio ideale con noi "selvaggi" in sala. Abbraccio tra chi cercava allora, negli anni '90, il suo primo caricatore di pellicola per sentirsi autore, e chi cerca oggi, vent'anni dopo, di rendere "autoriali" i propri primi pixel di digitale. E il film, costruito proprio sui tentativi maldestri di fare un film, è l’interfaccia ironica e rivelatoria di un percorso artistico e umano che è ancora oggi alla ricerca di un modo giusto per «scompaginare il compitino “cinema”».