David Lynch nell’”al di qua” di TWIN PEAKS

tratto da Sentieri Selvaggi Magazine n.26 – QUESTI FANTASMI

Agente Cooper, quando arriverai… tu sarai già lì”.

David Lynch torna a Twin Peaks. Stop. Tentiamo almeno qui di non addentrarci in codici nascosti, black lodge con parole al contrario, tende rosse che tornano a incresparsi o personalità mutanti che tornano a far paura. C’è tutto questo e anche di più. Ma svicolando per un attimo da ciò che il testo di questa terza serie (incredibilmente densa) ci regala ancora, restiamo per un attimo fuori e cerchiamo di indagare il valore “contemporaneo” di un’operazione del genere. Al momento di questo scritto sono disponibili solo cinque puntate del grande ritorno, ma ci appaiono già di una consapevolezza disarmate e di una lucidità chirurgica sui nostri tempi… insomma David Lynch non se n’è mai andato, perché quando è tornato, era già lì. Se la narrazione delle prime due storiche serie (ci rivedremo tra 25 anni…) scivolava con sublime equilibrio dalla soap opera generalista a ogni tenda rossa surrealista, con gli istinti infernali di Bob che facevano emergere pian piano i vermi dal Velluto Blu del prato americano; oggi le dimensioni perturbanti dell’umano non concepiscono più confini/specchi da attraversare, ma abitano la stessa immagine in una coalescenza impalpabile e indistinta. Dalla prima inquadratura, dalla prima puntata, noi siamo già oltre. Ciò di cui ha bisogno lo spettatore lynchano odierno, pertanto, non è più la risoluzione di un mistero familiare perché il doppio è già lì: Cooper/Bob è il nostro vicino di casa, le dimensioni pulsionali sono tutte alla luce del sole e le tende rosse si aprono ovunque e non solo nella celeberrima foresta di Twin Peaks. La sfida di questa nuova serie, allora, diventa quella di ri-accedere a un confine immaginario che ci faccia sentire parte di un mondo mentre ci percepiamo spettatori distanti dello stesso. Come fare?

1949 K20 09 002Lynch ripercorre con caparbia ironia tutte le sue strade perdute – dalle gabbie di Francis Bacon sino alle stanze surrealiste in stile Eraserhead – come dispositivi di una memoria “avanguardista” novecentesca che lui (e pochi altri) hanno saputo così straordinariamente rimediare in immaginario pop(olare). E ritrovando così una soglia immaginaria proprio in quella gigante Glass Box che in questi mesi sta spopolando nei discorsi social con interpretazioni varie e stravaganti. Pensateci: c’è una persona seduta a guardare su un divano; deve attendere che qualcosa accada dentro una teca di vetro; ci sono videocamere che la riprendono ininterrottamente; infine quello spazio comunica misteriosamente con l’esterno. Ma di che cosa stiamo parlando? Quel divano è esattamente il posto dello spettatore televisivo novecentesco, che cerca di tornarsene a Twin Peaks in una nuova incarnazione: la Glass Box (la televisione… e guai a distrarsi!) diventa il tesoro sepolto nelle viscere di New York che libera finalmente Cooper e ristabilisce le gerarchie del mondo (delle serie). Un percorso esattamente contrario a 25 anni prima…

Glass BoxUn esempio: c’è una scena meravigliosa nel quarto episodio, forse la più bella vista sin ora. Cooper/Dougie (ennesimo doppelganger) si guarda allo specchio di casa sua (come 25 anni prima), ma il suo gesto non ha più nulla di perturbante; sua moglie è interpretata da Naomi Watts, la Betty/Diane di Mulholland Drive che attraversando la scatola blu del 2001 si ritrova ora nella Twin Peaks del 2017. Tutto questo riconoscibile deposito di segni lynchani, però, si coagula ancora in cucina: Cooper riassapora i dolcetti e il caffè (l’iconografia inconfondibile di Twin Peaks) e sussulta di gioia sotto gli occhi del divertito figlioletto. Le note jazz di Take Five suonate da Dave Brubeck fanno da contraltare ironico in una sequenza di una lunghezza spropositata per i canoni seriali odierni, un vero e proprio training immaginale che ritrova il sapore e l’aroma dei propri segni riallenandoli in un nuovo corpo/sguardo.

gordon-lynchEccoci al punto: David Lynch negli anni ‘80/’90 si specchiava nella soap opera televisiva (dove le ciambelline e il caffè erano “il mondo”) e intercettava una tenda rossa che ne sondasse ogni piega perturbante. Ma nel 2017 le tende e le pieghe si sono centuplicate (come dimostrano i mini-display impazziti di Personal Shopper), con gli universi del cyberspazio aperti dal semplice touch di uno smartphone che qui spaventa la povera Lucy sino allo svenimento. Quello stupore per il caffè e la ciambella diventa un tesoro “televisivo” da inseguire tra New York e Las Vegas, lasciando nell’immaginaria Twin Peaks la memoria del selvaggio Marlon (Wally) Brando e della reginetta di bellezza Laura Palmer che provocano improvvisa commozione. In questa terza stagione, insomma, non si sta più cercando un al di là perturbante nella tenda rossa, bensì un possibile al di qua familiare che ci culli nelle oniriche e finali shadows del Bang Bang Bar. David Lynch e Olivier Assayas hanno percorso quest’anno la stessa strada, cercando di riconsegnare un fertile fuori campo alle immagini contemporanee per ritrovare una soglia dove poter ancora porsi la fatidica domanda finale di Kristen Stewart: “sei tu o sono io?”. Perché solo resuscitando il sacrosanto confine con un doppio – come il maestro Polanski ci ha insegnato nell’ultima Cannes – si potrà tornare ancora a immaginare ogni fantasma come based on a true story