Distant Sky – Nick Cave & The Bad Seeds Live in Copenaghen, di David Barnard

Oscurità, attesa e indistinti mormorii.
Sua maestà Nick Cave si muove sul palco, sospeso tra i granitici Bad Seeds ed il suo pubblico, che attende, fiducioso oggi più che mai.
Lentamente le luci si accendono ed una frotta di mani si alza per accogliere il loro messia, come da copione.
Eppure qualcosa è cambiato: il canto che si leva dagli amplificatori non è la bolgia rock&roll dei suoi primi lavori, è un pianto dell’anima, una messa nera che contagia tutte le 16.000 anime che popolano la Royal Arena di Copenaghen.
Si apre così il tour di Skeleton Tree, ultimo sofferto album del musicista australiano, il primo dopo la prematura morte del figlio Arthur, nel luglio del 2015.

Il dolore, i silenzi e la spiritualità che stanno alla base della travagliata composizione di questo disco non sono nuovi al grande pubblico, catturati dal toccante lavoro di Andrew Dominik all’interno del documentario One more time with feeling, ma colpiscono forti e precisi in ogni loro incarnazione.
Siano le voci spettrali di un LP, gli sguardi silenti della pellicola o il rito mistico di un concerto, Nick Cave riesce a creare un legame di profonda empatia con chiunque entri in contatto con la sua opera.
E così, il dolore di uno diventa il dolore di tutti.

Di questo è consapevole la regia calibrata di David Barnard, che si muove tra la folla alla ricerca di una comunione che è sempre più evidente man mano che il live si infuoca, che il rock improvviso dei Bad Seeds prende il sopravvento, che la fronte di Cave inizia a grondare sudore e le sue mani cercano quelle di un pubblico amoroso e fedele.
Sembra quasi di essere immersi in quel mare di volti che Nick Cave ammaestra con sapienza orchestrale, ma, al contempo, qualcosa manca: non essere lì, né tantomeno godere di una posizione privilegiata.
Barnard sceglie di evitare ogni tipo di virtuosismo, consapevole di non poter fare affidamento sulla stessa ricercatezza visiva di un prodotto cinematografico, ma forse opta per una strada più semplice che non contempli di guidare lo spettatore dietro le quinte o tenerlo troppo a lungo sul palco.
Sceglie, invece, una regia più televisiva, in bilico tra l’artista, la straordinaria band che lo accompagna da quarant’anni ed il pubblico che cerca di fare altrettanto in questi centocinquanta minuti di estasi.

È proprio in questi momenti di connessione che Distant Sky trova il suo apice, sia emotivo che visivo.
Vedere Nick Cave cercare, in una spinta quasi creazionista, la mano di una sua seguace, come fosse guidato dal pennello di Michelangelo, è un’immagine che supera le barriere del cinema e diviene pura spiritualità.
La lunga e variegata scaletta del concerto contribuisce a creare un’atmosfera che conduce lentamente lo spettatore dai meandri della solitudine, al sorgere di una nuova speranza scandita dal battito cardiaco di Higgs Boson Blues ed esplode nella sinfonia rock di brani come Tupelo e From her to eternity.
Un mix perfetto di brani nuovi, classici e gradite sorprese, come la stupenda voce della soprano danese Else Torp, che scalfisce il cuore dello spettatore nella traccia che dà il nome al film.

Un prodotto audiovisivo preciso ed ideale per concludere il percorso di Skeleton Tree, che in un mare di agonia e rimpianti, lascia emergere il messaggio salvifico di un artista che nel Getsemani della Royal Arena, accetta le sue debolezze ma non rinuncia alla speranza di migliaia di mani alzate per cantare, anche questa questa volta, Push the sky away.

Some people say it’s just rock and roll
Oh but it gets you right down to your soul
You’ve gotta just keep on pushing

Titolo originale: id.
Regia: David Barnard

Origine: USA, 2018
Distribuzione: Nexo Digital
Durata: 135′

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