(doc) "Ad occhi chiusi", di Simonetta Rossi

Ad occhi chiusiProduzione indipendente già incoronata dal placet dell’Ambasciata d’Argentina, l’ultimo documentario di Simonetta Rossi è innanzi tutto l’emblema di una sfida. L’ambizione è di strappare “quella raffica” – il tango – “quella diavoleria” al bozzolo di stereotipi a buon mercato che ne travisano il vero umore, l’originaria vocazione. La regista sceglie di definire l’operazione con l’etichetta di “documentario antropologico”, dribblando forse le definizioni accademiche, ma assestando un apprezzabile accento acuto sul rapporto fra corpo, persona e danza. Il film è un tributo appassionato a un intreccio artistico spesso distorto dal senso comune, incastrato com’è fra il baraccone dei fenomeni di costume e lo scoppiettante silenzio delle soubrette dagli occhi scatenati. I possibili sottintesi del tango li si percorre a ritroso con intenzione altra, rimboccando le palpebre e recuperando il giusto sguardo.
Il lavoro, che procede per testimonianze e immagini di sala, alterna con una ritmica accettabile i toni e i registri dell’esperienza del ballo: fin dall’inizio si rammenta, del tango, il regime notturno. Le origini popolari, il suo nascere come passaporto di frontiera per emigranti e immigrati, il suo sgorgare spontaneo dal gergo sdentato delle parlate di porto, delle esistenze difficili. Lo slittamento progressivo dai borborigmi vitali dei marciapiedi di Buenos Aires fino ai lindi parquet europei che ne avrebbero incivilito i gesti, piegandoli ai birignao della moda e alle pruderie delle regole di disciplina. E Ad occhi chiusi, di Simonetta Rossituttavia una radice che resiste, ormeggiata ai precipizi umani troppo umani e alle contrarietà del vivere quotidiano. Ecco allora il ballo profilarsi come metafora di vita, con il ritmo sincopato dei passaggi e la musica, eterna alleata, a suggerire il respiro. La sensualità sì, componente indispensabile, ma affidata a una ribalta cangiante, dove non c’è mai seconda visione. E’ questo il tango terapeutico, antidoto naturale all’eterno malinteso fra uomo e donna, accantonato, rilanciato, rimesso in gioco nel giro di un abbraccio cercato, trattenuto, restituito. Un “passo e trapasso” che non si accontenta di lasciarsi camminare, non è pratica di puro stile, ma di “duende”, di sentire vivo. E’ dunque distante il consueto coito coreografico con cui lo si confonde, così come siderale è la lontananza dal cliché che non basta, secondo cui l’uomo fa e la donna segue. “Il tango non è maschio, è coppia”, suggeriva con semplice eloquenza il maestro milonguero Miguel Ángel Zotto.
La Rossi ci solletica le impressioni di alcune atmosfere interne-esterne, il sapore sulfureo di certe sospensioni, in cui l’attesa è disponibilità, comunicazione, promessa di incontro e poi scoperta. A volte sfida, oppure fatale fallimento: “Nella milonga le persone si incontrano. Ma c’è anche chi nel tango riproduce la propria solitudine, e proprio mentre pensa di ballare in coppia, si trova in realtà a ballare solo”. La trasgressione che questo mostro a due teste e quattro gambe porta con sé si svela solo lungo un pentagramma di parole nostalgiche, e ci sembra di capirlo proprio bene, quel vecchio cieco che scriveva: “si può discutere sul tango, ma esso racchiude in sé, come tutto ciò che è autentico, un segreto”.
Quello che dovete aspettarvi in sala è un’ora e dieci di immagini iniettate sottopelle, in cui si smaschera l’abusata menzogna del linguaggio di sempre, la si prega di ripassare più tardi, e si riprende col corpo un antico discorso lasciato in sospeso. Lo sguardo torna a posarsi sulla relazione, nei contorni di uno spazio laicamente miracoloso, dove il soliloquio del quotidiano si allena all’intesa. Scorre attraverso questo “pensiero triste che si balla” la cultura arcaica di chi scivola sulla diagonale della condivisione di sé. L’eleganza superba di chi spariglia le carte del peccato. E lo rende arte.