DOCUMENTARIO – Nyon. Il cinema come esperienza sensoriale

Un viaggio alla fine del mondo, letteralmente. Una nave che  attraversa le acque del sud pacifico per portare viveri e rifornimenti nell’ultima base umana in Antartide. Un viaggio sensoriale, in cui il tempo è scandito da occupazioni quotidiane in una situazione eccezionale. Lo sguardo filmico osserva, ascolta, scruta i movimenti dei corpi che svolgono le loro mansioni. Gradualmente lo sguardo si fa più astratto, più rarefatto. Acqua, ghiaccio, suoni e movimenti prendono la scena, diventano una sorta di sinfonia astratta, un puro lavoro visuale. Il viaggio materiale diventa viaggio metafisico, spirituale.

È il movimento che caratterizza uno dei film emblematici dell’edizione 2014 di Visions du Réel di Nyon, El hombre congelado dell’uruguaya Carolina Campo. Edizione del ventennale che ha da poco chiuso i battenti e che riconsegna un panorama di forme e sguardi che da una parte indicano il percorso teorico e poetico di Luciano Barisone, direttore del festival da sempre attento alla dimensione altra dell’immagine (saremmo tentati di usare il termine schraderiano di “stile trascendentale”), e particolarmente sensibile nel rintracciare nel cinema contemporaneo quel sottile confine tra materiale, pregnanza della materia e sua trasfigurazione, estetica, concettuale o spirituale.

Ecco che allora gli autori e le immagini che lasciano il segno, marcano questa idea potente di cinema che attraversa la contemporaneità. La retrospettiva di va decisamente in questa direzione. La retrospettiva dei film del regista belga ha permesso allo sguardo critico di tracciare un percorso attraverso un’idea di immagine che si presenta allo stesso tempo come luogo dell’interrogazione e del pensiero. In Les tourmentes, l’ultimo lungometraggio, presente in concorso, il cineasta riprende un percorso già fissato con Territoire perdu (presentato in Italia al Festival dei Popoli) o con Les dormants: il lavoro dell’immagine e della parola, giunge alla definizione di un cinema che travalica i confini dell’essay film, del film-saggio in cui l’immagine costruisce un discorso (o lo imita, lo evoca, lo stimola). Girato sull’altopiano di Mont Lozère, Les tourmentes è un film misterioso e sfuggente, un lavoro su un luogo e un paesaggio che, al di là della loro riconoscibilità sembrano essere il ricettacolo di storie antiche, di miti e di leggende. Personaggi irriconoscibili attraversano lo spazio e diventano piano piano incarnazioni di forme poetiche, il cui mistero non giace nel loro essere simboli di qualcosa, ma proprio dal fatto di sfuggire ad ogni simbolizzazione, dal fatto di stimolare domande che aprono l’immagine e che mostrano un luogo come carico di tempo e di storie.

Ma accanto alla dimensione sensoriale e concettuale, insieme al film come luogo dell’esperienza e del pensiero, esiste un cinema che lavora sulle forme di vita, sull’immagine che fa i conti con l’esuberanza del vitale, sulla vita stessa come potenza del cinema. parallela ad una tendenza sempre più diffusa nel cinema del reale contemporaneo – quella dell’Io-film, dell’immagine come espressione di una soggettività che si espone, si mette in primo piano e organizza intorno al proprio sguardo tutto il film – esiste dunque un cinema della vita come collettività, come incontro, confronto, o scontro. Il cinema come messa in gioco di un rapporto, ed ogni rapporto ha a che fare con un’idea, un termine, una parola. Con Territoire de la liberté, Alexander Kuznetsov prosegue il percorso iniziato con Territoire de l’amour, quello di una interrogazione di una parola (libertà), di un concetto attraverso il lavoro concreto su dei corpi che provano, in tutti i modi a vivere degli spazi di libertà. Nei territori deserti della siberia ex sovietica, un gruppo di uomini e donne si riuniscono, vivono insieme, si aiutano l’un l’altro nella dura quotidianità della vita siberiana e sperimentano appena possibile l’essere-con gli altri, il vivere come esperienza collettiva. È un atto politico quello che filma Kuznetsov, inerpicandosi lungo le vette dei monti degli Stolbys per accompagnare con lo sguardo della camera i gesti e i discorsi, i momenti gioiosi e riflessivi, i rituali e gli scambi. Uno sguardo che partecipa e scopre un mondo in cui l’io è sempre “con-essere”, in una visione che mescola insieme l’idea delle “Zone temporaneamente autonome” di Hakim Bey e il concetto althusseriano di comunismo come esperienza di sottrazione (anche momentanea) dalle leggi del mercato e del potere.

Sguardi molteplici dunque, che lavorano su territori umani e del pensiero, vitali ed astratti, folli o austeri, come ogni forma di cinema, in ogni tempo.