Essi vivono, di John Carpenter

Come una lama che scava nel cranio: è l’effetto che gli occhiali “rivelatori” danno a chi li indossa troppo a lungo. Ma la vertigine è la stessa che affonda nel nostro prolungato rapporto di spettatori di Essi vivono: a ogni visione si rinnova il dolore per la previsione di John Carpenter che si è rivelata sempre più premonitrice, salvo vedersi ridurre poi a divertita icona pop. Stesso destino di eventuali consanguinei cinematografici quali Una poltrona per due o RoboCop: come nel classico di John Landis, c’è infatti uno sguardo irriverente che però si radica in una realtà dipinta con tinte vivide, quasi documentaristiche nell’accostamento – tutt’altro che pretestuoso o peregrino – fra le bidonville dei nuovi poveri e i grattacieli con le palme di Los Angeles. E come nel capolavoro di Paul Verhoeven c’è una tv che rappresenta la reificazione, eppure viene percepita come autentica fino a diventare l’unico collante sociale fra il potere e chi ambisce a condividerne una parte. Ciò che infatti non va dimenticato è che, a dispetto del chiaro slogan Essi vivono, noi dormiamo, il film va al di là della semplice dicotomia noi/loro.

essi vivono carpenterChiaramente Essi vivono è progettualmente “barricadero” nel mettere in scena una satira anticapitalista che si fa autentica rivoluzione degli ultimi contro i primi, ma a fornire il necessario sguardo trasversale è da un lato la rete dei comprimari che cambiano bandiera, attratti dalle lusinghe del benessere; e dall’altro i dialoghi esplicativi fra Nada e l’amico Frank sull’andamento del mondo. Si presti attenzione: il film articola quasi un terzo del suo svolgimento nel prologo in cui stabilisce gli elementi della messinscena, prima di svelare l’inganno del complotto alieno. E in quella mezz’ora, Nada e Frank interloquiscono assestandosi su due distinte visioni del mondo: l’una accomodante e fiduciosa nelle occasioni offerte dall’America e dal seguire le regole, l’altra recalcitrante e fremente di rabbia. Un dualismo destinato a rivoltarsi con precisione nella leggendaria sequenza della scazzottata, autentico punto di snodo, ma anche preciso momento in cui si puntualizza come la posta in gioco sia più della salvezza del mondo, sia una battaglia di punti di vista, sul reimparare a vedere opposto al non volerlo fare perché in fondo girare la testa è l’autentico alleato del Male.

they liveAnche per questo, John Carpenter gioca magistralmente le sue carte visive attraverso uno stile che, se documentaristico nelle scene di realismo sociale, diventa poi espressionista, giocando con la fisicità di Roddy Piper: a tratti mastodontico e torreggiante, altrove l’attore diventa quasi una silhouette che si muove fra gli interstizi del reale. Perché non c’è solo un sopra (dove si trova l’antenna che irradia l’inganno) e un sotto (dove lavorano gli operai), ma soprattutto varie zone intermedie dove si rielabora la visione. Quella poi sintetizzata ironicamente dalle immagini colorizzate artatamente stile classico trasmesso dai Turner Networks, cui si oppone il bianconero delle lenti da Blues Brothers: il che ci riporta ancora una volta a John Landis, in uno scenario alla Fuga da Los Angeles ante-litteram, giusto per ribadire quanto seminale sia questo filone nel definire i percorsi autoriali della migliore New Hollywood.

Titolo originale: They Live

Regia: John Carpenter

Interpreti: Roddy Piper, Keith David, Meg Foster

Durata: 97′

Origine: Usa 1988

Genere: horror