FCE19 – Francia, Bulgaria e la condivisione della solitudine

Il Festival del Cinema Europeo si è svolto a Lecce in preciso e costante movimento, coinvolgente come la marea di caldo che invade la località salentina. Mentre la città si muove nel flusso quotidiano, i turisti e gli ospiti che ogni giorno affollano il Cinema Multisala Massimo, sempre in gruppo, come un solo corpo, i film in competizione al Concorso L’Ulivo d’oro rivelano un certo senso di solitudine. Le storie che si raccontano, sempre rivolgendo lo sguardo sul privato e invadendo in modo sottile ma convinto gli spazi intimi, sembrano sottolineare la singolarità della condizione umana, e la ricerca della condivisione di questa solitudine come unica forma di mobilità.

Vincitore dell’Ulivo d’Oro “Premio Cristina Soldano” al miglior film, l’opera prima della regista francese Marie Garel-Weiss, The party’s over (Francia), racconta una storia di rinascita, di due corpi che credono di essere inerti ma poi s’incontrano, e si accorgono che nell’unione delle singolarità si può trovare una nuova vita, un nuovo equilibrio. Sihem (Zita Hanrot) e Celeste (Clémence Boisnard) sono due ragazze che arrivano in un centro di recupero. Oltre alle loro dipendenze, condividono un senso di decadenza, di chiusura; entrambe si muovono per inerzia ma senza consapevolezza del presente e nemmeno un’idea di futuro. Se la coalizione accade dentro una cornice protetta, quel rifugio sicuro che allo stesso tempo distrugge le loro individualità, l’incontro definitivo si svolgerà fuori, nel mondo reale. Il posto che non le vuole, che le espelle, che non offre seconde opportunità. Sarà lì dove Sihem e Celeste impareranno che la libertà ha un costo, ma che non c’è altro modo di raggiungerla.

Il valore di The party’s over è quello di non essere ciò che dovrebbe. O che sembra. Non è un film sulla tossicodipendenza, sulla fine della festa e l’inizio della realtà, sulla dissoluzione dei rapporti sociali o sulla solita difficoltà di trovare un posto nella società. Nemmeno, una storia d’amore e amicizia come La vita d’Adele. Tutte queste possibilità si logorano, si intravedono sottilmente, costruendo una cornice narrativa che vuole soltanto essere un fondale, la matrice che si prepara per il momento della rinascita. The party’s over parla di un altro tipo di dipendenza, quella tra due esseri persi che si affermano in una dinamica, che sono soltanto in grado di vedere e affrontare i difetti e le mancanze dell’altro, sapendo che sono anche un riflesso delle proprie debolezze. Un’altalena dove mentre una è su, l’altra è giù; ma è questo  movimento pendolare ciò che da la possibilità di andare avanti, di sopravvivere. Marie Garel-Weiss, attraverso uno sguardo sempre un po’ nascosto, s’avvicina alla loro lotta da fuori, dietro una porta semi-aperta, dalla cornice di una finestra, un po’ dentro, un po’ aliena. Come se avesse paura d’intervenire troppo, d’interrompere il percorso di Celeste e Sihem, come se sapesse di doverle lasciare da sole, a cadere ed alzarsi, una e mille volte. E anche con la fiducia che poi finiranno per incontrarsi, ritrovando anche il loro equilibrio. Che è, allo stesso tempo, l’equilibrio e l’anima del film.

Sempre prendendo la solitudine come uno stato infrangibile ma condivisibile, Three quarters (Bulgaria), primo lungometraggio di finzione del regista bulgaro Ilian Metev – dopo il documentario Sofia’s last ambulance, vincitore del France 4 Prix Revelation a Cannes 2017è uno sguardo dal tutto intimo a una situazione quotidiana, dove persone normali si muovono e interagiscono come possono, senza pretese, senza nessun evento particolare che finisca per rovesciare il corso degli eventi. Metev segue uno, due, tre giorni di Mila – una giovane pianista che si appresta ad un’audizione all’estero -, il fratello Nicki – ironico e lucido pre-adolescente- e il padre, Todor, astrofisico sospeso nella dimensione teorica, che capisce meglio la scienza che i suoi propri figli. La madre, una presenza astratta, quasi fantasmagorica, è pure un’incognita, protagonista soltanto di un ricordo o un aneddoto casuale.

Ed ecco, tutto il film. I fratelli, Nicki e Mila, che si incontrano ogni giorno alla lezione di piano e camminano insieme a casa, senza fretta, condividendo le loro più semplici pretese, magari qualche sogno, sempre di una genuinità sconvolgente. Tra loro due c’è la simbiosi della complicità, dell’essere cresciuti insieme, di non capire il padre e nemmeno la dinamica famigliare. La consapevolezza di aversi l’uno all’altro come unica certezza, di essere quella persona con cui puoi restare in silenzio, perché non c’è bisogno di riempire nessun vuoto. Ma anche se esiste questa complicità, ognuno rimane sempre nella propria dimensione; Mila, eterea, infaticabile, sentendo soltanto la musica e provando a seguire il ritmo di ciò che un giorno la potrebbe portare lontano. Il padre, facendosi domande senza trovare risposte, abitando nella sua inquietudine, in una dimensione parallela che è allo stesso tempo ciò che l’allontana. Nicki, in costante mobilità – attraverso la città, tra i due piani di casa, in mezzo al bosco – fissato con tutto ciò che è imprevedibile, spinto dalla serendipità, dalla sorpresa, dal principio di causalità.

Eppure Ilian Metev, nella sua dimensione di testimone che invade uno spazio privato, nella sua fissa per il fuori campo, da dove provengono molte frasi, sguardi, suoni, da dove proviene lui stesso. Quella distanza che gli permette di riprendere la realtà che ha deciso di raccontare con assoluta libertà. Senza però perdere di vista che il cinema parla anche di condividere tutte le nostre solitudini, per non sentirci così soli.