FCE19 – Olanda, Norvegia, Georgia alla ricerca di una Madre

Tutto è già nell’inizio. Nella prima immagine. Quel fotogramma sfumato dove qualcuno si sveglia, apre gli occhi come se fosse la prima volta, si riconosce in un corpo diverso, esce dalla sua zona di comfort per ritrovarsi in un’altra dimensione dove dovrà ricominciare. Le narrazioni proposte al Concorso per L’Ulivo d’Oro al Festival del Cinema Europeo, sembrano uscite dalla stessa matrice, tornando in continuazione al topico della Madre, non solo come inizio ma come forza totalizzante, creativa e distruttiva, come rappresentazione della ricerca inevitabile e primitiva dell’origine, dove si trova anche la sofferenza più brutale e istintiva.

Cobain, della regista olandese Nanouk Leopold – Vincitore dell’Ulivo d’Oro per la Miglior Sceneggiatura – inizia proprio con l’immagine di un feto dentro l’utero, fermo mentre respira. Lo sguardo si fissa sui dettagli, sceglie di riempire lo schermo con le consistenze, i tessuti, la carne, le vene e il sangue; quegli elementi che hanno una loro singolarità ma insieme danno forma a un tutto, un altro corpo. Poi, la vita fuori dalla matrice. Il primo piano di Cobain (Bas Keizer), adolescente di 15 anni, che ha sulle spalle il peso di una madre sfuggente, incinta e tossicodipendente. Mia, la mamma, vive per strada, ha perso il controllo di se stessa, fuma, beve birra e si ubriaca nel parco mentre nella pancia porta il fratello di Cobain. Nella disperata ricerca di una famiglia e di un posto sicuro – e anche senza riuscire a raggiungere Mia ed averla per sé – lui continua a seguirla, a proteggerla, a fare il padre, come se vedesse in quella gravidanza un nuovo inizio, la scoperta della madre che lui non ha mai avuto.

Segnato anche per il suo nome – che Mia gli ha dato in omaggio al leader di Nirvana – Cobain cerca di evitare una decadenza prematura, una scomparsa, una fine imminente e definitiva. Il sesto lungometraggio di Leopold si sostiene nella lotta di Cobain, che con una chiarezza e lucidità agghiacciante non perde mai di vista il suo obiettivo, cioè avere una figura materna o paterna nella sua vita, quel desiderio primitivo che non arriva da uno stato di consapevolezza ma dall’istinto. Sia ritrovando sua madre, sia diventando lui un padre. Come in un gioco di specchi, Cobain si muove tra queste dimensioni possibili, diventando un riflesso di sua madre, del suo padre assente, del suo fratello che vuole nascere. E il film si muove per lui, respira con lui, trova il suo senso nel vuoto di Cobain, nella sua irrequietezza una certezza, nel suo movimento un obiettivo, nella sua fragilità, la propria forza.

In mezzo al paesaggio glaciale del nord della Norvegia, e cercando di scogliere, ricomporre oppure creare un rapporto forse mai esistito, l’inizio di Disappearance dell’olandese Boudewijn Koole – vincitore del Premio Speciale della Giuria e Premio del Pubblico – incrocia la nascita con la morte. Nell’incipit, Ross (Rifka Lodeizen) si sveglia dentro la sua macchina in mezzo al nulla, circondata soltanto di neve e silenzio. Prende aria e si prepara per incontrare sua madre, che la viene a trovare ogni anno, forzando un rapporto teso e difficile che ogni volta si rompe e che lei continua a cercare di sistemare. Questa volta, però, Roos porta con sé una brutta notizia che sconvolgerà la vita della madre e del fratello di 13 anni. Questo viaggio potrebbe essere l’ultimo, oppure l’inizio di un ciclo diverso, dove principio e fine s’incontrano e si riconoscono come parte dello stesso processo.

È possibile filmare la morte? Forse è una presenza costante, latente, che anche essendo invisibile si può trovare in ogni immagine? Sembra che attraverso il suo film, Koole stesse cercando di raggiungerla, intendendola non come la fine di un percorso ma come l’inizio di un nuovo ciclo. Quello dove si muovono anche Roos e sua madre, che continuano a incontrarsi in mezzo alla neve, ad osservarsi come se fosse la prima volta, avendo sempre la speranza di trovare davanti una persona diversa. Ma anche se le stagioni vanno avanti, se le pietre diventano un fossile dentro un pezzo di giacchio, se l’acqua diventa neve e poi si scioglie con il Sole, Roos e sua madre tornano sempre alla loro essenza, a paure, conflitti e debolezze, a un rapporto che è segnato da una dinamica stabilita. Mentre il fratello, in mutazione adolescenziale, prende con un microfono e un registratore i suoni che lo circondano – il suono del ghiaccio, dei cani, delle montagne vuote, dei loro battiti del cuore, della madre e la sorella che litigano nascoste in mezzo al bosco – diventa il testimone più lucido di ciò che lo circonda, riuscendo a sentire il ciclo della natura, animale e umana. Poi, mettendo tutti i battiti del cuore insieme – in una delle scene più strazianti e commoventi del film – è in grado di registrare anche la morte, e la vita. Che sono, alla fine, due visioni della stessa realtà.

E poi, la Madre che non vuole esserlo. La protagonista di Scary Mother (Georgia, Estonia) di Ana Urushadze – vincitore del premio FRIPRESCI – è Manana (Nata Murvanidze), una casalinga cinquantenne che vive una vita monotona e schiavizzante accanto al marito e i tre figli. Mentre la sua famiglia la vede in 2D, piatta, grigia e prevedibile, Manana ha un’altra immagine di se stessa, e ci la rivela sin dalla prima scena: una figura che si sveglia per terra, avvolta in una coperta che sembra un sacco amniotico. Prima, esce la testa, poi le braccia. Poi, il resto del corpo. Anche se fa fatica ad uscire e sembra impaurita come un uccello appena nato, non torna mai indietro. La nascita è già avvenuta, e con questo atto, la madre sparisce. Manana è in realtà una scrittrice dilettante, che non ha mai potuto decollare e diventare quella che vuole essere. Ma lei ha già scritto il suo capolavoro, quell’opera che ha partorito nascosta, ispirata dalla stanchezza, da un odio viscerale al quotidiano e pure dal suo ruolo di madre. L’arte è libera, ma l’artista ancora no. Condividere ciò che è già scritto, già nato, può significare per lei un cammino senza ritorno, il suo più grande sacrificio. Ma anche il volo definitivo.

Enfatico nel mostrare la metamorfosi della madre come se fosse un Ave Fenix oppure una figura mitologica – un manananggal, creatura vampiro dell’immaginario filippino che lei vede in sogno e che si alimenta del sangue delle madri incinta – il film rischia in questa enfasi di diventare artefatto, mangiato dalla forma e dalla fissa per i simboli. Ma mentre Manana si perde nel suo flusso creativo, il racconto incomincia anche un nuovo percorso, dando un giro verso la direzione del thriller e giocando ogni volta di più con il confine tra dramma e commedia demenziale, tra grigio e rosso, tra essere madre e diventare un mostro. Finché alza un altra volta la testa, le braccia, il corpo, per poi prendere aria e ritrovare la strada.

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