FESTIVAL DI ROMA 2013 – The Seventh Walk, di Amit Dutta (Film di chiusura CinemaXXI)

The Seventh Walk, di Amit DuttaÈ un percorso sempre più votato all’astrazione quello che caratterizza l’ultimo lavoro di Amit Dutta, che prosegue il suo sguardo immersivo fra le pieghe della relazione fra pittura e cinema, iniziato con Nainsukh e proseguito con il corto documentario The Museum of Imagination. Ma se nel precedente film la ricerca di una corrispondenza fra miniatura e realtà si risolveva in una meravigliosa successione di tableaux, la scelta di spostarsi dal passato alla contemporaneità, prendendo a spunto la pittura di Paramjit Singh, fa sì che il viaggio cinematografico di Dutta si abbandoni a se stesso per entrare nella contemplazione dell'immagine in sé.

 

Fin dai primi momenti, i fluidi movimenti di macchina che caratterizzano il lavoro del regista indiano fin dai primi lavori sono utilizzati per un’esplorazione dell’ambiente, la stessa Valle di Kangra già protagonista di Nainsukh, dove si viene a creare un dialogo fra ogni elemento presente dentro e fuori dal campo visivo. Pietre, fili d’erba, radici e corteccia, sono tutti attori che sfilano pacifici sullo schermo, e la cui immagine compone un gioco d’incastro con il fitto lavoro sonoro che spesso devia dal realismo per portare verso altre vie lo spettatore. In questo perdersi all’ombra della sola potenza del paesaggio, Dutta ricorda quel magnifico film del’abbandono che è Dhrupad di Mani Kaul, dove l’immagine è sottomessa in un complicato gioco di schiavitù con la pura colonna sonora, che riempie le inquadrature che si lasciano trascinare dagli archi The Seventh Walk, di Amit Duttainfiniti degli edifici illuminati al tramonto. Allo stesso modo, The Seventh Walk sembra spesso favorire questa musica del tutto extradiegetica, salvo poi recuperare la forza dell’immagine e crea un onirismo immobile, momenti senza tempo dove il reale è inglobato dalla convergenza centrifuga dell’immagine, che sdoppia e triplica le figure, proiettandole fuori dallo schermo senza l’ausilio della tecnologia ma solo grazie alla costruzione di un’atmosfera distante e trasognata, cioè sognata nel mezzo fra la contemplazione e il sonno. Non vi è paura di abbandonare quella purezza visiva dei precedenti lavori, quello scorrere liscio delle immagini come lo srotolarsi di una pellicola infinita, vi sono anzi numerosi inserti, frammenti stonati che interrompono questa fluidità assoluta e aumentano lo straniamento verso ciò che (non) accade sullo schermo. Osserviamo da vicino i mille tratti che compongono i quadri di Paramjit Singh, piccole sferzate di colore, impressioni dai colori violenti di paesaggi incomprensibili, e ci perdiamo con la macchina da presa entro questi solchi. Poi, dietro la tela, il muro bianco.