FILM IN TV – Basic Instinct, di Paul Verhoeven

Basic Instinct rappresenta il più grande successo commerciale di Paul Verhoeven, regista olandese il cui talento visionario ha attraversato vari generi (Il quarto uomo, L'amore e il sangue, Starship Troopers, Atto di forza, Robocop) contaminandoli con una originale atmosfera malata caratterizzata da ambiguità sessuale, pulsione omicida e ironia dissacrante. L'opera, datata 1992, non deve essere approcciata semplicemente come thriller erotico di discendenza hitchcockiana ma rappresenta piuttosto la ipertrofizzazione di una ossessione al punto da diventare parodia, puntando sulla iconizzazione del desiderio in immagini feticcio. La ormai mitica scena dell'accavallamento delle gambe di Sharon Stone-Catherine Tramell funziona proprio perchè fa coincidere l'identificazione del soggetto con la sua capacità desiderante e sulla volontà di essere desiderata. Incomprensibili sembrano le accuse di misoginia o di maschilismo mosse da parte della critica: Catherine Tramell non è assolutamente un oggetto passivo del vojeurismo maschile, ma è una scrittrice che manipola la pulsione sessuale (bisex) per scopi artistici, rivelando una posizione di dominanza di fronte alla libido altrui. L'investigatore Nick Curren-Michael Douglas cessa di essere sé stesso e, nelle mani della “regista diabolica”, diventa personaggio di finzione di un romanzo noir (“Shooter”, Il Giustiziere); quello che importa è che nel lettore-spettatore vi sia la sospensione della incredulità che paradossalmente porta alla duplicazione dell'immagine reale con successive versioni della verità. Qualcosa di simile l'aveva già fatta Brian De Palma (la scena dell'ascensore è una citazione di Vestito per uccidere) destrutturando in maniera Picassiana (due quadri di Picasso fanno bella mostra di sé in Basic Instinct) stilemi del thriller classico, scomponendo i pezzi e rimettendoli in disordine casuale.

La scopofilia di Nick è uguale a quella di Roxy (l'amante lesbica che guarda di nascosto i rapporti sessuali di Catherine) e a quella di Beth, la psicologa che cerca di aiutare il detective a liberarsi dalla dipendenza dal fumo, dell'alcool e dal senso di colpa per avere ucciso due turisti durante una sparatoria. Entrambi proiettano sul personaggio di Catherine i loro desideri repressi, usando la pelle come mezzo conduttore appagante (guardate come salta in aria Nick quando Catherine gli poggia la mano sulla spalla). Ma Catherine dopo averli attirati nella ragnatela da vedova nera (ritorna il motivo de Il quarto uomo) toglie loro lo specchio cui riflettere ossessioni e perversioni, e li rimanda al buio dell'assenza, all'immagine fantasma. Il “Doppelgänger” generato da questo misto di attrazione e repulsione si dissolve improvvisamente lasciando gli amanti caricature incompiute, burattini disarticolati. Non sono più personaggi verosimili ma soggetti parodici vittime della propria dipendenza psicologica: Nick che parla di “scopata del secolo” e si trova indiziato numero 1(con duplicazione dell'interrogatorio), Beth che si tinge i capelli di biondo (modello Vertigo) e brandisce il portachiavi di Bart Simpson, Roxy accecata dalla gelosia che balla in discoteca con movenze buffe. Paul Verhoeven usa il sesso come trasgressione esplicita che smantella le fondamenta del rituale sociale, trasformando il desiderio in atto e l'atto in immagine pulsione dall'effetto dirompente, in una reazione a catena che si conclude con la depersonalizzazione e la violazione del corpo. In questa operazione è aiutato dalla stupenda partitura sonora di Jerry Goldsmith che, alla maniera di Bernard Herrmann, accompagna la narrazione fino all'ultimo ambiguo fotogramma.