FILM IN TV – Charlot di Richard Attenborough

CharlotL'avvento della macchina cinema alla fine dell'800 e le infinite possibilità espressionistiche di un mezzo che dapprima vantava la sola mimetica accompagnata da didascalie, poi il connubio tra quest'ultima e la parola udibile, vengono narrate dagli occhi di un povero vagabondo: il suo nome è Charlot, immagine riflessa del genio Charles Chaplin.

La pellicola avanza, lo spettacolo inizia e si apre con un iris all'interno del quale si staglia una figura nera su sfondo bianco, un omino con bombetta e bastone è il protagonista di uno sguardo altro che, inserito in uno spazio claustrofobico di un camerino, si incontra e scontra con lo sguardo dell'omino stesso, riflesso allo specchio mentre si prepara a diventare persona, mentre si strucca e introduce l'uomo dietro l'omino, l'attore dietro il suo personaggio, Charles Chaplin.

Charlot di Richard Attenborough, interpretato da Robert Downey Jr., porta sullo schermo la vita, la genesi delle opere, ma soprattutto un'approfondita indagine delle vicende personali che hanno sconvolto l'esistenza del regista-attore, mettendo in scena un'autobiografia il cui narratore è lo stesso Chaplin.

Narratore e detentore del punto di vista portante della storia, Charles Chaplin scava all'interno di se stesso portando alla luce la sua infanzia. Figlio di una donna malata di mente e di un padre alcolizzato mai conosciuto, il piccolo Charles è costretto a vivere di miseria, ad allontanarsi dalla figura materna, a divenire adulto prima del tempo, a diventare Charlot.

Il vagabondo comico che fa dell'ironia mangiando una scarpa per l'incontrollabile fame (La febbre dell'oro (1925)), che accudisce un trovatello con le poche e misere “invenzioni” da lui ordite (Il monello (1921)), che cerca di tirare avanti in una realtà che non lo accetta è l'incarnazione del piccolo Charles nei panni di un adulto. Ma quell'adulto non sta comodo nei suoi panni: la giacchetta è troppo stretta, i pantaloni troppo larghi, l'adattamento al nuovo corpo non può avvenire.

E allora va avanti, inventando storie e alleggerendo la misera realtà con esilaranti comiche. Grazie ad uno spiccato spirito d'osservazione e ad un'appurata analisi della sua vita, Chaplin narra la pura realtà e dà volto “all'ubriaco più bravo di sempre”, che lascia senza parole perfino Mack Sennet, il re della risata.

Il passaggio dal teatro al cinema è immediato, cresciuto nel grembo di un palcoscenico teatrale, ma figlio del set cinematografico, Chaplin incanta la macchina da presa costruendo gag dove gli altri personaggi ruotano intorno a lui, perno irremovibile della scena. Segue il consiglio di Mack Sennet, “dimentica tutto quello che hai imparato, questo non è teatro, è cinema".

L'idea per un soggetto? L'intero repertorio di film citati nel film di Attenborough sono presentati e preceduti da “momenti di vita” in cui la persona Charles prima del regista Chaplin pone davanti all'obiettivo della macchina da presa la sua idea d'amore, di famiglia di ricchezza e, partendo da questi tre assi portanti, costruisce il suo alfabeto filmico.

Ma il suo animo creativo nulla può contro la solitudine insita nell'uomo: nome stimato nel firmamento cinematografico, ma reietto, accusato di comunismo, nel panorama americano. Seppur al fianco di Oona O'Neill, l'ultima moglie che lo ha accompagnato e sostenuto negli ultimi anni di vita, l'alienazione di una vita sulla quale grava il peso di un'infanzia difficile e tortuosa, vittima di un precoce allontanamento dal grembo materno, crea un'intima connessione tra l'uomo Charles Chaplin e il personaggio Charles Foster Kane, di wellesiana memoria.

Sulle immagini dei suoi successi, Charles Chaplin rivive la sua esistenza, le sue tragiche comiche ricche di vita e realtà e si abbandona al suo genio, che gli ha permesso di trascrivere ironicamente buie tracce del suo passato, rivivendo il presente avvolto da un magico sorriso.